martedì 16 dicembre 2014

Veni, veni Emmanuel








VENI VENI EMMANUEL 

Véni, véni, Emmánuël;
Captívum sólve Israël,
Qui gémit in exílio
Privátus Déi Fílio.

Refrain: Gaude, gaude, Emmanuel Nascetur pro te, Israel.

Veni, O Sapientia, Quae hic disponis omnia, Veni, viam prudentiae Ut doceas et gloriae. Refrain

2. Veni, Veni Adonai! Qui populo in Sinai Legem dedisti vertice, In Majestate gloriae. Refrain

3. Veni, O Jesse virgula, Ex hostis tuos ungula, De specu tuos tartari Educ et antro barathri. Refrain

4. Veni, Clavis Davidica, Regna reclude caelica, Fac iter tutum superum, Et claude vias inferum. Refrain

5. Veni, Veni O Oriens! Solare nos adveniens, Noctis depelle nebulas, Dirasque noctis tenebras. Refrain

6. Veni, Veni, Rex gentium, veni, Redemptor omnium, Ut salvas tuos famulos Peccati sibi conscios. Refrain

 

O vieni, O vieni, Emmanuel
a riscattare la prigionia di Israele,
che si addolora nell’esilio solitario,
fino a che il Figlio di Dio non comparirà.

 CORO
Rallegratevi! Rallegratevi! Emmanuel verrà, O Israele.


O vieni, tu, Sapienza dell’Altissimo,
che comanda su tutte le cose;
mostraci la via della prudenza
e insegnaci la via della gloria.  

O vieni, Signore di grande potenza,
che per la tua tribù dall’alto del Sinai,
nei tempi antichi, una volta hai dato la legge
in una nube di maestà e di gloria.

O vieni, tu, Ramo di Jesse,
libera i tuoi figli dalle grinfie di Satana;
salva il tuo popolo dall’abisso dell’inferno
e dacci la vittoria sopra il baratro.

O vieni, tu, chiave di Davide, vieni,
e spalanca la nostra patria celeste;
rendi sicura la via che conduce nei cieli,
e chiudi il percorso per l’inferno

O vieni, tu, Sole che sorgi,
rallegra la nostra anima per la tua venuta;
e allontana le ombre della notte,
disperdi le nuvole e portaci la luce


O veni, Re delle  nazioni,
vieni Redentore impresso
nel cuore di tutti gli uomini;
salva i tuoi figli piangenti e

piagati per i loro peccati
 

lunedì 15 dicembre 2014

intervista a don du Chalard

Su alcune questioni d'attualità
Intervista a don Emanuel Du Chalard
di don Massimo Sbicego

Mi sono permesso di intervistare in questi giorni don Emanuel Du Chalard circa alcuni temi d'attualità: mons. Lefebvre ed il sacerdozio; la crisi degli uomini di Chiesa; i Francescani dell'Immacolata e le relative suore; ma anche sulla missione in Asia e la vita religiosa tradizionale. Vorrei ringraziarlo sin d'ora per la generosità nel rispondermi seppur in viaggio per l'India.

Don Emanuele, Lei è stato uno dei collaboratori più stretti di mons. Lefebvre, sin dall'inizio; personalmente l'ho avuta come predicatore al ritiro sacerdotale di Ecône e ho potuto gustare lo spirito dei nostri statuti. Qual era l'animo di Monsignore verso il sacerdozio, cos'era per il lui il sacerdote?

Prima di tutto, non direi che fui "collaboratore stretto" di Mons. Lefebvre. E’ vero che l’ho conosciuto praticamente fin dall’inizio della fondazione della Fraternità, essendo entrato ad Ecône nel settembre del '70, anno di apertura del seminario. Poi ho avuto contatti regolari con lui visto che, da una parte veniva abbastanza regolarmente a Roma, più volte l’anno, dall’altra era interessato a sapere quello che succedeva a Roma, niente di più.


Parlare di mons. Lefebvre o del sacerdozio è un tutt’uno. Non solo egli era l’esempio della pienezza sacerdotale (che è l’episcopato) ma era anche, come fu scritto, “Doctor” o “Maestro” in sacerdozio. Quante prediche, quante conferenze, quanti ritiri sul sacerdozio! Aveva un vero amore del sacerdozio, come un grande dono di Nostro Signore.

Sappiamo che non poteva parlare del sacerdozio senza parlare della Messa. “Non c’è Messa senza sacerdote, non c’è sacerdote senza Messa” ripeteva volentieri. La S. Messa, essendo la riattualizzazione del sacrificio di Nostro Signore sull’altare, è l’opera della redenzione chi si realizza ogni volta, di nuovo, oggi. E "redenzione" vuole dire salvezza delle anime, salvezza del mondo.

Il nostro fondatore, grande missionario, diceva che la S. Messa e la bella liturgia sono essenzialmente missionarie. La S. Messa è il più grande tesoro della Chiesa, se si perde il suo significato, si perde tutto. Tutto ha cominciato a crollare nella Chiesa quando si è perduto il senso della S. Messa e questo accadde con la riforma liturgica.

Una vera riforma liturgica avrebbe dovuto consistere nel ritrovare il vero significato della Messa e tutta l'infinita ricchezza della Liturgia. Tutto il successo dell’opera di Mons. Lefebvre riposa soprattutto su questo.

"Spesso constatiamo come l'attuale crisi della Chiesa sia in realtà una crisi anzitutto degli "uomini di Chiesa", principalmente dei sacerdoti. Li vediamo a volte smarriti, altre fin troppo "originali", molto spesso banali, quasi appiattiti nel sentire comune, in una parola "mondani". Quali i "punti dolens" dell'attuale crisi del sacerdozio?"

Il motivo principale della crisi del sacerdozio è la perdita dell’identità sacerdotale. Molti sacerdoti non sanno "cosa sono", "perché sono sacerdoti"; è la conseguenza del fatto che non sanno che cosa è la S. Messa.

Se uno conosce un po' il mistero dell’altare, necessariamente capisce la grandezza e l’importanza del sacerdozio. Il Pontificale, quello tradizionale almeno, è molto chiaro nelle monizioni che fa il Vescovo in occasione della cerimonia di ordinazione: il sacerdote è fatto per celebrare la S. Messa per i vivi e i morti.

Mi ricordo che una volta, prima di una riunione di sacerdoti amici, ho chiesto ad un religioso di che cosa avessero bisogno quei sacerdoti, la risposta fu immediata: "spiega loro che cosa è il sacerdozio, perché non lo sanno". Questo mi colpì molto e insieme mi fece comprendere che i sacerdoti, senza loro colpa, sono stati privati di una vera formazione sacerdotale.

Conosce il libro: "Santità e Sacerdozio", scritto a partire dai testi di Mons. Lefebvre, ebbene, fu letto da parecchi sacerdoti e prelati e proprio un prelato, ordinato sacerdote negli anni settanta, mi confidò con grande tristezza: "perché nessuno ci ha mai spiegato queste cose?"

I sacerdoti giovani sono a volte i più imprudenti nella pastorale, sono molto "giovanili" ma senza bussola, a volte; eppure spesso cercano una direzione nella Tradizione. Quali speranze dal giovane clero?

Non sarei troppo severo con il giovane clero che s’interessa alla Tradizione, molti studiano e leggono buoni libri, esercitano il loro ministero in modo non indifferente presso le anime, fanno quello che possono. Altri potrebbero fare molto di più: il lorohandicap non è la mancanza di generosità, ma di formazione. Semplicemente non conoscono tutti mezzi necessari per ottenere il massimo dalle anime.

In seminario gli hanno insegnato che il primo modo di santificazione è buttarsi nell’apostolato, questo si trova anche nel Codice di diritto Canonico dell'83, e per questo manca spesso una vera vita spirituale.

Secondo la Tradizione e tutto il Magistero, il sacerdote è prima di tutto un uomo di preghiera con degli obblighi molto bene espressi nel diritto canonico del 1917; poi viene l’apostolato.

L'apostolato senza la preghiera è un "mulino a vento", molti sforzi e agitazioni ma senza veri frutti. San Pio X nell’Esortazione Apostolica Haerent animo l’ha spiegato molto bene.

Sempre di più, un po' in tutto il mondo, vi sono seminaristi e giovani sacerdoti che si interessano alla Tradizione. Sono convinto che se il Signore suscita e permette questo, è senz’altro per preparare il terreno ad un prossimo ritorno alla Tradizione.

Uno sguardo di speranza si era concentrato attorno alla congregazione dei Francescani dell'Immacolata; spesso sono stati accusati di "cripto-lefebvrismo" eppure le loro posizioni sulla Messa, sul Concilio, sulla situazione della Chiesa sono piuttosto diverse dalle nostre. Che Le sembra?

Più che la questione della S. Messa o del Concilio, sembra che in fondo quello che non è accettato e tollerato della parte della Congregazione dei Religiosi, sia la vita religiosa tradizionale così come fu vissuta per secoli in tutti gli ordini religiosi.

Lo si capisce bene leggendo diverse interviste e scritti dei responsabili della vita religiosa o di quelli che si occupano dell’anno consacrato alla vita religiosa. Per costoro l’unico vero problema sembra essere l’attaccamento e la fedeltà eccesiva ad una forma passata di vita religiosa che impedisce una vera riforma.

Questi novatori non sembrano più preoccupati della santificazione personale, del rispetto dei voti, della vita di preghiera o della mortificazione. che sono i fondamenti di ogni vita religiosa seria.

Tornando ai francescani dell'Immacolata, certamente il fatto di aver apprezzato il motu proprio di Papa Benedetto XVI in favore della S. Messa tradizionale e l'aver pubblicato degli articoli che ridimensionavano l’autorità del Concilio Vaticano II, furono facili pretesti per colpirli.

In fondo quello che non era accettabile era l'esemplarità della loro vita religiosa, la serietà e la fedeltà alla Regola: un rimprovero implicito per gli altri ordini religiosi, soprattutto per i figli di San Francesco.

E’ possibile che ci fossero dei problemi di governo, non lo so, è quello che si dice, ma quale congregazione religiosa è senza difficoltà? Questo è umano: in questi casi l'autorità corregge, non distrugge!

In fondo i Francescani dell’Immacolata sono una specie di "prova del nove", la prova del fallimento delle riforme conciliari: quest'ordine che viveva una reale povertà, una vita di preghiera intensa e una penitenza seria, era l’opposto di quelle riforme che cercavano invece una vita più facile e più aperta al mondo; in più attirava le vocazioni e queste aumentarono quando si manifestò una certa simpatia per la S. Messa tradizionale.

Chi si allontana della Tradizione va verso la sterilità, chi si avvicina alla Tradizione è fecondo. Si giudica l’albero dai frutti, dice Nostro Signore. Ma, piuttosto di vedere in essi un segno della Providenza per uscire da questa crisi della vita religiosa, si è preferito distruggerli, secondo quanto afferma Nostro Signore nel Vangelo, come fecero gli ebrei nel Vecchio Testamento ammazzando i veri profeti che le richiamavano all’ordine.

Chi ha partecipato dall’interno e dal di fuori alla loro distruzione, si è fatto complice di un'opera satanica: è il meno che si possa dire ...

Nonostante questo il commissariamento prima, le epurazioni in seguito, direi la persecuzione, hanno del parossistico in un clima ecclesiale che, ameno superficialmente, è tutto apertura e misericordia. Lei che idea si è fatto in merito?

Non ho seguito da vicino tutto quello che è successo dall’inizio fino ad oggi. Ma è chiaro che la durezza dei provvedimenti e il modo di fare ignorano non solo la carità e la misericordia, ammesso e non concesso che vi fossero dei peccati, ma anche la giustizia e il rispetto delle persone tanto esaltato dal Concilio e dal Codice Canonico del 1983.

Purtroppo questo modo di fare non è l'eccezione da parte della Congregazione dei Religiosi. Vi sono tanti altri casi che, se portati a conoscenza dei fedeli, provocherebbero un vero scandalo e sarebbero occasione di vergogna per questi "uomini di Chiesa" che usano del loro potere contro ogni giustizia.

Per le religiose le indiscrezioni sulla relazione della visitatrice mi hanno personalmente scandalizzato; vi si afferma che "le suore pregano troppo, fanno troppa penitenza, e che le contemplative sono "troppo in clausura", che hanno urgente bisogno di un programma di "rieducazione" secondo i criteri del Vaticano II". Monasteri di rieducazione forzata: è questa la vita religiosa?

Di questo non so direttamente nulla; posso solo dire che da anni ormai non è più apprezzata per il suo giusto valore la vita religiosa, specialmente contemplativa. Molti Vescovi fanno pressione presso le suore di clausura affinché siano "più aperte", ricevano gruppi, scolaresche, gruppi di preghiera, siano all’ascolto dei fedeli etc. …

Da anni, anche prima del Concilio, si è esaltata la vita matrimoniale fino al disprezzo, almeno implicito, della verginità consacrata; in realtà la vita consacrata è superiore al matrimonio.

Per i novatori l’uomo o la donna trovavano la loro vera e totale realizzazione nella vita matrimoniale come se la verginità consacrata o il celibato fossero una mancanza all'essere pienamente uomo o donna. E' assurdo! Con questo si é finito per distruggere non solo la vita consacrata ma anche il matrimonio stesso come è voluto da Dio.

Non sappiamo che cosa ci riserva l’anno della vita religiosa per le contemplative, ma c’è molto da temere. Questi conventi sono i veri fari e parafulmini della Chiesa; distruggerli è precipitare la Chiesa nell’abisso.

Cambiando tema. In questi tre anni abbiamo visto avviarsi il pre-seminario di Albano, bravi giovani si sono avvicinati, verificati, alcuni si sono infine decisi per il seminario. Qualche parola sulla formazione iniziale delle vocazioni.

Benché le vie del Signore siano infinite, la culla naturale delle vocazioni è generalmente la famiglia cattolica, poi l’esempio di veri e santi sacerdoti nella parrocchia. Ha avuto sempre un ruolo determinante anche il servizio liturgico come chierichetto là dove ci si avvicina all’altare con grande rispetto ... la liturgia tradizionale dava il senso del mistero e del sacro. Oggi per molti tutto questo non si trova più.

L’ideale della famiglia cattolica era la famiglia numerosa, sempre considerata come una gloria per la Chiesa. Le famiglie numerose poi sono generalmente fonte di numerose vocazioni. Nella Fraternità non mancano gli esempi in questo senso. Potremmo chiederci peché questa relazione tra famiglia numerosa e vocazioni?

Una famiglia numerosa richiede ai genitori spirito di generosità e di sacrificio, ai figli la capacità di condividere, di rinunciare ... non possono vivere da egoisti, i più grandi poi devono aiutare i più piccoli, quale modo migliore per educare allo spirito di sacrificio e di servizio.

La vocazione è anzitutto una risposta alla chiamata di Dio a sacrificarsi, a lasciare tutto per seguire il Signore. Chi non è abituato a sacrificarsi difficilmente potrà rispondere alla Sua chiamata.

D’altra parte la vita del seminario è una vita regolare e comunitaria. Se uno non vi è abituato, all’inizio può essere molto difficile, quasi impossibile.

Per tutto questo sempre di più nella Fraternità si diffondono i pre-seminari: al fine di verificare e consolidare la vocazione, ma anche per abituare, poco a poco, ad una vita regolare e comune.

Il Signore è insuperabile nel bene, che dire ai ragazzi che pensano alla vocazione?

Come diceva mons. Lefebvre: l’Italia è un paese di vocazioni. Io stesso ne so convinto per tante ragioni. Soprattutto la vocazione è opera del Signore.

Molti di questi ragazzi non vengono della Tradizione. Le vie più varie, li conducono al seminario. Sono veri miracoli di Dio!

La vita sacerdotale è la vita più bella che possa esistere su questa terra e ci può dare piena soddisfazione. Che si può fare di più bello e di più grande che celebrare il Santo Sacrificio ogni giorno e divenire così strumento di salvezza e di santificazione delle anime, attraverso i sacramenti e la predicazione? Certamente nessuno ne è degno, né lo può pretendere ... serve proprio una chiamata di Dio, una chiamata di Nostro Signore.

Guardando alle attuali vicende della Chiesa, al Sinodo Straordinario, alle infelici uscite di qualche Vescovo, dal punto di vista umano a volte rimaniamo perplessi, confusi, amareggiati, il tempo invece ci fa scorgere l'azione della Provvidenza di Dio ...

I quindici giorni del Sinodo sono stati giorni drammatici per la Chiesa. Giorni neri e dolorosi nei quali la Chiesa è stata umiliata agli occhi di tutto il mondo.

Si sono visti successori degli apostoli, non solo mettere in dubbio l’insegnamento di Nostro Signore, ma contraddire esplicitamente il Vangelo. Non si tratta di complesse questioni dottrinali ma di limpida e semplice dottrina che tutti possono capire; certi aspetti riguardavano la legge naturale che si può conoscere e accettare anche con la sola ragione. Di fatto molti, anche non praticanti, sono restati molto perplessi da questo Sinodo.

Dio è al di sopra delle vicende di questo povero mondo e al di sopra anche del tradimento di tanti uomini di Chiesa: nessuno Gli potrà impedire di fare ugualmente il bene alle anime, non solo, Dio potrà trarre dal male il bene.

Il rovescio della medaglia è tuttavia che il Sinodo è stato occasione per alcuni Prelati coraggiosi di alzarsi ed unirsi in difesa della buona Dottrina: questo mi è stato di grande conforto. Questo loro prendere posizione è stato di grande incoraggiamento per molti cattolici che ancora pensano bene e soffrono di fronte a certe deviazioni, anche se non lo manifestano apertamente.

Un altro aspetto molto positivo sta nel constatare che tante brave persone, specialmente giovani, sono alla ricerca della verità e di una autentica vita cristiana.

Più la situazione sembra disperata, più si manifestano queste anime alla ricerca della buona dottrina. La Tradizione è per loro il faro sicuro.

Lei è personalmente coinvolto nella missione in India e questa nostra intervista si conclude per e-mail, stante Lei in loco; com'è l'India, quali speranze per il cattolicesimo nel grande continente indiano?

L’India è immensa, con quasi un miliardo e trecento cento milioni di abitanti. La percentuale dei cattolici è infima, l' 1,5%.

Umanamente nella condizione nella quale si trova oggi la Chiesa, ci sarebbe da disperare; il modernismo, come in quasi tutto il mondo, è presente nel clero e dunque viene a mancare lo zelo missionario.

Ciò fa tanto più pena, in quando l’indiano ha una dimensione religiosa naturale, innata, che facilita molto le conversioni. In più la povertà (che non vuole dire miseria, pure presente) è un vantaggio per la fede. Vediamo nei nostri paesi come le ricchezza e un benessere esagerato non favoriscono la fede ma piuttosto il suo abbandono.

Com'è la vita religiosa delle nostre suore in India, la loro missione, la loro giornata? Che cosa la colpisce di più della loro vita consacrata a Dio e dedita al prossimo?

In mezzo ad un mondo molto pagano, è edificante vedere un opera pienamente cattolica.

Questo orfanotrofio tenuto dalle suore Consolatrici del Sacro Cuore si trova nell’estremo sud dell’India, a dieci minuti dal priorato della nostra Fraternità.

Ci sono tre suore professe, due novizie, una postulante, tre volontarie, cinquanta bambine, dodici donne anziane o handicappate, più il personale per la cucina, le pulizie e per l'allevamento delle cinque vacche e dei vitelli.

In tutto sono un'ottantina di persone completamente a carico delle suore, non solo per il vitto, ma anche per le cure, visto che non esiste l’assistenza sanitaria; c’è da provvedere inoltre per gli studi delle bambine e il mantenimento di tutta la struttura. Non esistono sovvenzioni, l’opera va avanti affidandosi unicamente alla Divina Providenza.

E’ un miracolo permanente, grazie anche alla generosità dei nostri amici, benefattori, lettori on-line.

Ma l'aspetto più edificante è la vita quotidiana delle suore e degli ospiti, fatta non solo di carità ma anche di preghiera, una preghiera alla quale partecipano tutti quelli che sono in casa, in particolare alla S. Messa e S. Rosario quotidiano.

Tanto più edificante se pensiamo che le bambine e le anziane presenti nella struttura non sono necessariamente cattoliche bensì sono accolte dalle suore in funzione dei loro problemi di salute, piuttosto che di disagio morale o sociale. Attualmente diverse delle ospiti sono ancora Indù, ma bisognerebbe vedere come pregano e seguono la S. Messa. Praticamente tutte alla fine giungono a domandare il Battesimo.

La vita delle suore è un esempio per tutti: sono il motore spirituale e materiale della casa.

La ringrazio per le riflessioni che ci ha proposto.
 
 
 

giovedì 4 dicembre 2014

le lacrime di un pastore...«Di una cosa sola siamo felici: non abbiamo abbandonato Cristo e la nostra fede»


 

«Per la prima volta in 1.500 anni non possiamo festeggiare i nostri santi». E il vescovo di Mosul scoppia a piangere                                

Mar Nicodemus Dawod Sharaf ha dichiarato in una intervista:  ...«Di una cosa sola siamo felici: non abbiamo abbandonato Cristo e la nostra fede. Gli jihadisti non sanno che le persecuzioni ci rafforzano»
                      
«Per la prima volta in 1.500 non abbiamo potuto festeggiare la ricorrenza di san Shmuni nella nostra chiesa di Qaraqosh». Non riesce a trattenere le lacrime il vescovo siro-ortodosso di Mosul (Iraq), Mar Nicodemus Dawod Sharaf, mentre spiega in un’intervista che «oggi, 15 ottobre, è una grande festa per la nostra diocesi perché a Qaraqosh da 1.500 anni san Shmuni appare miracolosamente sul muro della chiesa con i suoi figli».
«SONO SENZA DIO». Dopo essere scoppiato a piangere, il vescovo si riprende e continua: «Ci hanno invaso i tatari, i mongoli, gli hulagu ma mai abbiamo smesso di festeggiare san Shmuni. Quest’anno, per la prima volta, siamo costretti a pregare fuori dalle chiese sia a Mosul che nei villaggi vicini». Ricordando la cacciata dei cristiani dalle loro case da parte dei jihadisti dello Stato islamico, continua: «Non c’è più dignità e onore nell’umanità. Davvero questa gente è senza Dio. Ma anche tutti quelli che si appellano ai diritti umani non fanno che mentire: hanno visto cosa accade alla nostra povera popolazione [rifugiata in Kurdistan]. Hanno visto in che stato miserabile viviamo. Abbiamo chiesto loro: aiutateci prima che arrivi l’inverno e cada la pioggia. E non hanno fatto niente per noi».
«SIAMO FELICI DI UNA COSA». Tutti noi, continua Mar Sharaf, «ci chiediamo: perché? Cosa abbiamo fatto di male? Perché tutto questo sta accadendo a noi? Di una cosa sola siamo felici: nonostante tutto quello che ci sta accadendo e tutto quello che ci accadrà ancora in futuro, noi non abbiamo abbandonato il cristianesimo, non stiamo abbandonando Cristo e la nostra fede. E siamo orgogliosi di essere figli di martiri, siamo orgogliosi di sapere che tutto quello che ci sta accadendo, ci sta accadendo perché siamo cristiani. Per noi questo è un onore. Pensano che queste persecuzioni ci faranno abbandonare la nostra fede, ma non sanno che ci rendono ancora più attaccati ad essa». 
 

 

domenica 30 novembre 2014

DALLA CHIESA LASSISTA ALLA CHIESA AGNOSTICA - Editoriale di "Radicati nella fede", Dicembre 2014.



DALLA CHIESA LASSISTA
ALLA CHIESA AGNOSTICA

Editoriale di "Radicati nella fede"
Dicembre 2014



  Un Dio che non chiede più nulla agli uomini è come se non esistesse. Questo è l'esito tragico di una Chiesa post-conciliare, che sposando una visione mondana della misericordia giunge ad un agnosticismo pratico. Sì, perché se è vero che c'è un ateismo pratico, quello di chi vive come se Dio non esistesse, pur non negando in modo esplicito la sua esistenza, c'è pure un agnosticismo pratico, quello di chi parla di un Dio che resta sconosciuto, che non parla con chiarezza agli uomini, da cui l'uomo trae quello che vuole a seconda delle occasioni, un Dio che, in fondo, è qui solo per valorizzarti, senza chiederti molto.

 Sembra essere proprio questa la situazione di gran parte del cattolicesimo odierno, quello vissuto concretamente dalla maggioranza dei battezzati.

 Si predica un Dio puro perdono, un Dio consolatorio, che non chiede la conversione personale, che non chiede di cambiare vita. Un Dio pronto ad accogliere le nuove svolte della società, pronto a dichiarare che le immoralità, se vissute con cuore, in fondo non sono proprio immorali. I dibattiti in margine al recente sinodo hanno dato ampio esempio di questo. Il matrimonio non tiene più nel nostro occidente decadente, affrettiamoci allora a dire che Dio non chiede una indissolubilità assoluta. La gente non si sposa più, affrettiamoci allora a dire che, se nei conviventi c'è amore sincero, in qualche modo si supplisce al sacramento... e di questi discorsi, non riferiti solo al matrimonio, potremmo citarne tanti.

 Alla fine possiamo dire di assistere ad un nuovo parlare di Dio, di un Dio che non chiede nulla agli uomini, di un Dio che non vieta nulla. Ai tempi della contestazione andava per la maggiore il “vietato vietare”: oggi questo slogan alberga nella Chiesa rinnovata, nella Chiesa del post-concilio. “Vietato parlare di un Dio che vieta”, sembra essere questo lo slogan con il quale si riprogrammano i quadri dei cattolici impegnati e soprattutto del clero. Si vuole un clero che accolga, senza richiamare al dovere urgente della conversione. Vietato parlare di castigo, di penitenza, di timor di Dio. La gente ha bisogno di consolazione, si dice, di ritrovare fiducia nella Chiesa, allora per favore non vietate! È l'annoiante ritornello.

 Con un colpo di spugna si cancella tutta la Sacra Scrittura, tutto il Vangelo e tutto l'Antico Testamento. Si parla di un Dio che non ritroveremo nella Rivelazione, di un Gesù preso a prestito dal laicismo massonico, ma che non corrisponde a nessun passo del Vangelo. Un Signore che non indica la strada della vita, chiedendo agli uomini di allontanarsi dal peccato; ma di un Signore che si affretta a valorizzare ciò che gli uomini fanno nelle loro ubriacature di peccato.

 Anche gli sforzi della gerarchia sembrano volti a controllare solo quella parte di Chiesa che si attarda a predicare un Dio a cui spiace il peccato, che castiga il peccato, perché l'uomo possa ravvedersi e tornare ad una vita santa. Il “Vietato parlare di un Dio che vieta” diventa “basta con una Chiesa che vieta”. In effetti c'è ancora qualcosa di vietato nelle nostre parrocchie e nelle nostre chiese?

 C'è da domandarsi cosa pensino fedeli e pastori, quando nelle messe viene proclamata la Parola di Dio, quando si ascoltano i profeti che annunciano i castighi di Dio e invitano alla conversione, quando nei vangeli si parla degli ultimi tempi, del giudizio finale e del ritorno glorioso di Cristo.

 Proprio negli anni in cui si è parlato tanto, nella Chiesa, di dialogo con gli ebrei, si è di fatto censurato tutto l'Antico Testamento. È un Dio moderno quello che sta al centro di troppe chiese, un Dio borghese che benedice le tue scelte emancipate, al passo con i tempi, un Dio che non ti chiede più nulla.

 Ma tutta questa falsità è già castigata. Sì, perché un Dio che non ti chiede più nulla è un Dio che di fatto non esiste. Questo è vero anche nel vissuto delle persone: cosa se ne fa l'uomo di un Dio che gli dà sempre ragione?

 Ci siamo scavati la fossa da soli.
 Il cattolicesimo ammodernato si è scavato la fossa da solo: predicando un Dio che è pura accondiscendenza, si è trasformato in un cattolicesimo agnostico, che pur non negando l'esistenza di Dio, vive staccato da Dio, perché per lui Dio è sconosciuto. Se Dio mi dà sempre ragione, se benedice le mie scelte a priori, se Dio coincide con me e con la mia volontà, Dio scompare dalla mia vita. È la tragedia della Chiesa post-conciliare che diventa agnostica.

 Ecco perché nella Chiesa di oggi si parla tanto della Chiesa stessa e del mondo, e quasi mai di Dio.

 Vivendo il Santo Natale ricordiamoci invece che Dio è venuto nel mondo, si è fatto uomo, ha mostrato il suo volto, ci ha parlato lungo i secoli nell'Antico e nel Nuovo Testamento, ci ha detto e ci ha chiesto, e noi dobbiamo ascoltarlo e obbedirgli.

 E la Chiesa deve essere semplicemente il fedele eco del Signore che parla.

sabato 29 novembre 2014

altri cardinali.... altri tempi?


"Una Chiesa postconciliare la cui vita si allontana sensibilmente dall'evento del cal­vario; una Chiesa che diminuisce le sue esigenze e che non risolve più i problemi secondo la volontà di Dio, ma secondo le possibilità umane; una Chiesa il cui credo è diventato elastico e la morale relativistica; una Chiesa nella nebbia e senza le tavole della legge, una Chiesa che chiude gli occhi davanti al peccato, che teme di essere rimproverata come non moderna"  (cardinal Wyszinski, Primate della Chiesa polacca)

un libro da leggere

 
La danza vuota intorno al vitello d'oro.
Liturgie secolarizzate e diritto
 
 
I contributi raccolti nel volume affrontano sotto varie angolature il tema, assai caro alla teologia di Benedetto XVI, della "tentazione costante nel cammino della fede" di eludere il profondo mistero di Dio, "costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi e ai propri progetti". Questa deviazione si è verificata pure in campo liturgico: dopo il Vaticano II e s...ino ai nostri giorni vi sono stati non rari abusi, i quali risultano censurabili nella misura in cui si traducono in atti di culto che, secondo il pensiero del Santo Padre, non sono più teocentrici ma piuttosto antropocentrici, vale a dire protesi ad un'auto-esaltazione dell'uomo e delle sue esigenze. È per questo che il recupero, compiuto da Benedetto XVI, della cosiddetta "Messa di San Pio V" ovvero della Forma extraordinaria del rito della Messa potrà svolgere un utile compito, spingendo ad arginare quelle non isolate deviazioni, onde riportare sempre più al centro dell'attenzione il vero Protagonista anche nelle modalità di svolgimento della Messa secondo la Forma ordinaria o "di Paolo VI" e dei riti adottati a seguito delle riforme conciliari. Va ricordato che, secondo la dottrina tradizionale, tutti i riti sono offerti per adorare, propiziare, ringraziare Dio ed impetrare da Lui le grazie necessarie alla salvezza eterna dell'uomo.

mercoledì 26 novembre 2014

altri cardinali e altri sinodi


"Se volete parlare di poveri, qui dentro io solo posso parlare, perchè sono stato 25 anni nella nera miseria in una galera comunista. Ma ai poveri, che hanno già poco pane, volete ancora togliere le espressioni dell'arte, della musica, della bellezza? Anche quello? Non sapete che ne hanno più bisogno di quelli che stanno bene?"(Cardinale Josip Slipyj Patriarca della Chiesa Cattolica Ucraina, discorso al Sinodo dei vescovi del 1971).

martedì 18 novembre 2014

Quando sono scosse le fondamenta...


UNA LUCE NELLA NOTTE
Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare? (Sal 12 [11], 3).

Oggi sono proprio le fondamenta della verità cristiana e le esigenze imprescindibili che ne derivano ad essere non solo scosse, ma in via di demolizione. Non sono soltanto questioni – di per sé già gravissime – come l’indissolubilità e la natura stessa del matrimonio ad essere in gioco, ma la distinzione basilare tra grazia e peccato, tra santità ed empietà, tra giustizia e iniquità. Di fronte all’avanzare di questa barbarie intellettuale e alla conseguente barbarie morale, non è soltanto la civiltà cristiana ad essere in pericolo, ma la stessa civiltà umana che ne è il sostrato: Gratia non tollit naturam, sed perficit… Se, infatti, peccati tra i più gravi che esistano sono ammessi come opzioni del tutto lecite, perché altri non dovrebbero esserlo? Se la materia di un atto diventa indifferente per rilevarne l’intrinseca bontà o malizia e, nel secondo caso, riconoscerne la gravità, quale discernimento morale è più possibile?

Quanto sta succedendo – cosa purtroppo ormai più che evidente – è dovuto anche al fatto che una parte della gerarchia cattolica, anche ai più alti livelli, ha tradito Cristo per vendersi al mondo e a chi lo governa, cioè a Satana. In nome di una lotta puramente ideologica e apparente contro l’idolo del denaro, non si fa che incensare l’idolo dell’uomo e della sua riuscita temporale, trasmettendo un’idea di Dio come semplice funzione di essa. Questo, d’altronde, è il risultato diretto delle opinioni eterodosse di quella pseudo-teologia tedesca – che di propriamente teologico non ha più nulla nemmeno nel metodo – che, con il convincente sostegno del fiume di soldi estorti ai fedeli con l’iniqua tassa per il culto (Kirchensteuer) e dirottati verso l’America Latina sotto la voce «Aiuti allo sviluppo», è stata sdoganata in quelle regioni con l’intento di un’esecranda liberación… dalla fede cattolica e dalla sua dottrina morale.

Se ci è ormai insopportabile vivere in questa società regredita nella barbarie (ma in una barbarie tecnocratica ben peggiore di quella antica), è ancor più duro appartenere a questa Chiesa che si è in parte pervertita. È un vero e proprio martirio bianco, un interminabile martirio della coscienza. La Chiesa di Cristo, d’altronde, è una e non la si può abbandonare. Ma questa notte oscura, che pur dura già – nonostante schiarite passeggere – da ben mezzo secolo, sembra non avere fine… «Perché hai abbattuto la sua cinta, così che ogni viandante la vendemmia, la devasta il cinghiale del bosco e se ne pasce l’animale selvatico?» (Sal 80 [79], 13-14). Amando con tutto l’essere il Signore e la sua vigna diletta, possiamo rimanere indifferenti di fronte a tale catastrofica sorte?

In realtà, nonostante sembri dormire a poppa della barca (cf. Mc 4, 38), in questa notte Gesù è presente e all’opera. È Lui stesso che non solo l’ha permessa per distinguere chi Gli appartiene veramente, ma anche la rischiara suscitandovi focolai di speranza: sono tante persone che, singole o associate, resistono con la propria fedeltà, sostenuta dalla Sua grazia, allo sbandamento generale. È così che, grazie a Lui e anche per merito loro, per certi aspetti «la notte è chiara come il giorno» (Sal 139 [138], 12). È anche grazie a questa luce che possiamo continuare ad avanzare sulla linea retta del nostro cammino senza minimamente defletterne e a proclamare la verità senza mai venir meno, nonostante l’odio che essa suscita in chi ha preferito il mondo e le sue menzogne.

Come ci insegna sant’Antonio di Padova nei suoi Sermoni, «la verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come la verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo». Noi facciamo semplicemente il nostro dovere di cristiani, fedeli figli della Chiesa cattolica. Abbiamo dunque tutte le ragioni per essere nella pace e nella gioia.

«Una luce si è levata per il giusto, gioia per i retti di cuore. Rallegratevi, giusti, nel Signore, rendete grazie al suo santo nome» (Sal 97 [96], 11-12).

 

Don Giorgio Ghio

 

giovedì 13 novembre 2014

Consacrare la Russia per "affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità"


Fatima: perché la Russia

Un corrispondente osserva: nel primo Novecento c’erano tante brutte situazioni nel mondo; perché, dunque, tanta attenzione della Madonna di Fatima sulla Russia?
Rispondo: perché la Russia era allora (ed è oggi) decisiva per la guerra o la pace nel mondo intero.


Che sia stata decisiva per la guerra (a causa del patto nazicomunista ai danni della Polonia) tutti lo sanno. Pochi, invece, capiscono che essa era ed è decisiva per la pace. Questo, invece, l’aveva capito Pio XII, il quale nell’atto (imperfetto) della consacrazione della Russia indicò espressamente il motivo di quella consacrazione, che è la straordinaria devozione del popolo russo verso la Madre di Dio.
Quando la Madonna chiese a Fatima la consacrazione della Russia al suo cuore non intendeva certo che le fosse consacrata l’elite rivoluzionaria del comunismo disumano e sanguinario, bensì si riferiva ai cuori ben disposti della Russia, i quali sarebbero stati inondati di grazia divina benefica per l’intero popolo tradizionalmente devoto,
Questa tradizionale devozione è ben accertata: essa fece inginocchiare Ivan il terribile che constatò la protezione della Madonna a fronte dei Mongoli; essa fece inginocchiare il generale Kutuzov, che implorava il celeste intervento a fronte dell’invasione altrettanto barbara ed empia dei francesi di Napoleone; ancora oggi essa suggerisce a Putin di chinarsi per baciare, alla vista di tutto il mondo, l’Icona Mariana preservata da Stalin a fronte dell’invasione nazista.
E questa devozione Mariana è ancora ben viva in Russia se è vero che Putin si reca non raramente nel Centro Religioso di Valdai per pronunciare lì, dove Maria Santissima è onoratissima, discorsi che suonano come richiami alla fraternità e alla pace dei popoli.
E tutto ciò fa intravedere che la rinascita religiosa del popolo russo può essere decisiva per la pace mondiale, assai più della Nato.
Ennio Innocenti



O Maria Vergine potente  

Tu grande ed illustre presidio della Chiesa,
Tu aiuto meraviglioso dei cristiani,
Tu terribile come esercito schierato a battaglia,
Tu solo hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo,
Tu nelle angustie, nelle lotte,
nelle strettezze difendici dal nemico
e nell'ora della morte accoglici in paradiso.
Amen.

Invochiamo la Madonna perché voglia risollevare con la sua Materna intercessione le sorti della Santa Chiesa travagliata, disgregata dal caos dottrinale, morale, pastorale e liturgico, e oppressa dalla cappa di piombo del regime modernista. A questo proposito facciamo memoria ancora una volta delle parole pronunciare da Papa Benedetto XVI a Fatima il 13 maggio 2010:

“Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: «Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4, 9)”.

“Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora «venuta dal Cielo», come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. (…) Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità.”


mercoledì 12 novembre 2014

amoveatur et non promoveatur




La rimozione di un grande Cardinale
di Roberto de Mattei

 
Il Papa, in quanto supremo pastore della Chiesa universale, ha il pieno diritto di rimuovere dalla sua carica un vescovo o un cardinale, anche insigne. Celebre fu il caso del cardinale Louis Billot (1846-1931), uno dei maggiori teologi del Novecento, che il 13 settembre 1927 rimise il berretto cardinalizio nelle mani di Pio XI, con il quale era entrato in contrasto sul caso dell’Action Française, e finì la sua vita, quale semplice gesuita, nella casa del suo ordine a Galloro.
Un altro caso eclatante è quello del cardinale Josef Mindszenty, che fu rimosso da Paolo VI dalla carica di arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria, per la sua opposizione alla ostpolitk vaticana. Molti vescovi inoltre, negli ultimi anni, sono stati destituiti per essere stati coinvolti in scandali finanziari o morali. Ma se nessuno può negare al Sovrano Pontefice il diritto di dimettere qualsiasi prelato, per le ragioni che ritenga più opportune, nessuno può togliere ai fedeli il diritto che essi hanno, come esseri razionali, prima ancora che come battezzati, di interrogarsi sulle ragioni di queste destituzioni, soprattutto se esse non siano esplicitamente dichiarate.
Questo spiega lo sgomento di molti cattolici di fronte alla notizia, formalmente comunicata dalla Sala Stampa vaticana l’8 novembre, del trasferimento del cardinale Raymond Leo Burke dalla sua carica di prefetto della Suprema Segnatura Apostolica a Patrono dell’Ordine di Malta. Quando infatti, come in questo caso, lo spostamento concerne un cardinale ancora relativamente giovane (66 anni) e avviene da una posto della massima importanza ad un altro puramente onorifico, senza neppure rispettare il pur discutibile principio promoveatur ut amoveatur, ci si trova evidentemente di fronte ad una punizione pubblica. Ma in questo caso è lecito chiedersi quali sono le accuse mosse contro il prelato in questione.
Il cardinale Burke, infatti, ha svolto in modo encomiabile il ruolo di Prefetto della Suprema Segnatura Apostolica ed è stimato da tutti come un eminente canonista e un uomo di profonda vita interiore, ed è stato recentemente definito da Benedetto XVI come «un grande cardinale». Di cosa è colpevole?
Gli osservatori vaticani delle più diverse tendenze hanno risposto a questa domanda con chiarezza. Il cardinale Burke sarebbe reo di essere «troppo conservatore» e in disaccordo con Papa Francesco. Dopo la sciagurata relazione del cardinale Kasper al Concistoro straordinario del 20 febbraio 2014, il cardinale americano ha promosso la pubblicazione di un libro in cui cinque autorevoli porporati e altri studiosi esprimono le loro rispettose riserve verso la nuova linea vaticana, aperta all’ipotesi della concessione della comunione ai divorziati risposati e al riconoscimento delle unioni di fatto.
Le preoccupazioni dei cardinali sono state confermate dal Sinodo di ottobre, in cui le tesi più arrischiate, sul piano dell’ortodossia, sono state addirittura raccolte nella sintesi dei lavori che ha preceduto la relazione finale. L’unica ragione plausibile è che il Papa abbia offerto su di un piatto la testa del card. Burke al cardinale Kasper e, per lui, al cardinale Karl Lehmann, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca. È noto a tutti, infatti, almeno in Germania, che chi ancora tira le fila del dissenso tedesco contro Roma è proprio Lehmann, antico discepolo di Karl Rahner. Il padre Ralph Wiltgen, nel suo libro Il Reno si getta nel Tevere, ha messo in luce il ruolo di Rahner nel Concilio Vaticano II, a partire dal momento in cui le conferenze episcopali svolsero un ruolo determinante.
Le conferenze episcopali erano dominate infatti dai loro periti teologici e poiché tra esse, la più potente era quella tedesca, decisivo fu il ruolo del suo principale teologo, il gesuita Karl Rahner. Padre Wiltgen lo riassume efficacemente, descrivendo la forza della lobby progressista raccolta in quella che egli chiama l’«Alleanza europea». «Poiché la posizione dei vescovi di lingua tedesca era regolarmente fatta propria dall’Alleanza europea e dato che la posizione dell’Alleanza era a sua volta generalmente adottata dal Concilio, bastava che un solo teologo facesse adottare le proprie idee dai vescovi di lingua tedesca perché il Concilio le facesse sue. Questo teologo esisteva: era il padre Karl Rahner della Compagnia di Gesù».
Cinquant’anni dopo il Vaticano II, l’ombra di Rahner aleggia ancora sulla Chiesa cattolica, esprimendosi ad esempio nelle posizioni pro-omosessuali di alcuni suoi discepoli più giovani di Lehmann e Kasper, come il cardinale arcivescovo di Monaco Reinhard Marx e l’arcivescovo di Chieti Bruno Forte.
Papa Francesco si è espresso contro le due tendenze del progressismo e del tradizionalismo, senza peraltro chiarire che cosa comprendano queste due etichette. Ma se a parole egli si distanzia dai due poli che oggi si affrontano nella Chiesa, nei fatti ogni comprensione è riservata al “progressismo”, mentre la scure si abbatte su quello che egli definisce “tradizionalismo”. La destituzione del card. Burke ha un significato esemplare analogo alla distruzione in atto dei Francescani dell’Immacolata.
Molti osservatori hanno attribuito al cardinale Braz de Aviz il progetto di dissoluzione dell’Istituto, ma oggi è a tutti evidente che papa Francesco condivide pienamente quella decisione. Non si tratta della questione della Messa tradizionale, che né il cardinale Burke né i Francescani dell’Immacolata celebrano regolarmente, ma del loro atteggiamento di inconformità alla politica ecclesiastica oggi dominante.
D’altra parte il Papa ha lungamente intrattenuto i rappresentanti dei cosiddetti “Movimenti popolari”, di orientamento ultramarxista, che si sono riuniti a Roma, dal 27 al 29 ottobre, ed ha nominato nello scorso luglio, consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura un sacerdote apertamente eterodosso quale il padre Pablo d’Ors. C’è da chiedersi quali saranno le conseguenze di questa politica, tenendo presente due princìpi: quello filosofico dell’eterogenesi dei fini, per il quale certe azioni producono effetti contrari alle intenzioni, e quello teologico dell’azione della Provvidenza nella storia per cui, secondo le parole di san Paolo, «omnia cooperantur in bonum». (Rom. 8,28). Tutto nei disegni di Dio coopera al bene.
Il caso Burke e il caso Francescani dell’Immacolata come, su un piano diverso, il caso della Fraternità San Pio X, sono solo le spie di un malessere diffuso che fa veramente apparire la Chiesa come una barca alla deriva. Ma se anche la Fraternità San Pio X non esistesse, i Francescani dell’Immacolata fossero dissolti o “rieducati” e il cardinale Burke ridotto al silenzio, la crisi della Chiesa non cesserebbe di essere grave. Il Signore ha promesso che la Barca di Pietro non affonderà mai non grazie all’abilità del timoniere, ma per la Divina assistenza alla Chiesa, che vive si può dire tra le tempeste, senza mai lasciarsi sommergere dalle onde (Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25).
I cattolici fedeli non sono scoraggiati: serrano le fila, volgono gli occhi al Magistero continuo e immutabile della Chiesa, che coincide con la Tradizione, cercano forza nei Sacramenti, continuano a pregare e ad agire, nella convinzione che nella storia della Chiesa, come nella vita degli uomini, il Signore interviene solo quando tutto sembra perduto. Ciò che ci viene chiesto non è una rassegnata inazione, ma una lotta fiduciosa nella certezza della vittoria.
E nei confronti del cardinale Burke, anche in vista delle nuove prove che certamente lo attendono, ci sentiamo di ripetere le parole che il prof. Plinio Corrêa de Oliveira rivolse il 10 febbraio 1974 al cardinale Mindszenty, quando «le mani più sacre della terra scossero la colonna e la gettarono al suolo spezzata. Se l’arcivescovo è caduto perdendo la sua diocesi, la figura morale del buon pastore che dà la vita per il suo gregge è cresciuta fino alle stelle».
 
tratto da: http://www.corrispondenzaromana.it/la-rimozione-di-un-grande-cardinale/