mercoledì 28 gennaio 2015

IV PELLEGRINAGGIO "Populus Summorum Pontificum" 2015 - ecco le date



 22 - 25 ottobre 2015 
 IV Pellegrinaggio straordinario internazionale "Populus Summorum Pontificum"

#sumpont2015
www.unacumpapanostro.com

facebook: populus summorum pontificum

lunedì 26 gennaio 2015

che ce sta a coniglià?


ANCHE I BERGOGLIANI

SONO ORMAI SCONCERTATI DA BERGOGLIO

(LA MIA RISPOSTA ALLA CANONISTA SULL’INVALIDITA’ DEL CONCLAVE 2013)


di Antonio Socci
 
Ci sono due insistenti messaggi che mi arrivano da Oltretevere. Il primo è questo: “Al Conclave è successo di tutto”. Questa voce c’entra – lo vedremo dopo – col secondo messaggio che filtra: “Ormai abbiamo le mani nei capelli”. Una battuta pronunciata da chi era, all’inizio, “bergogliano” e che riguarda il recente viaggio in Asia, ma non solo.

VIAGGIO RIVELATORE

In questi giorni ci sono stati scivoloni papali che hanno fatto clamore e scandalo: quello sul “pugno” a chi dice una brutta parola “alla mia mamma” (incredibile commento alla strage di Parigi per le vignette).

E quello sui cattolici che fanno figli “come conigli” (che non è solo una battuta infelice perché tutto il contesto era discutibile).

Ha suscitato smarrimento fra i cattolici anche il rimprovero alla donna con otto figli e i parti cesarei: se avesse detto che usava la pillola o aveva divorziato, Bergoglio le avrebbe detto “chi sono io per giudicare?”.

E ogni volta le toppe sono state peggiori del buco: il papa è arrivato a definire il Vangelo “una teoria”, che è altra cosa dalla vita umana.

Ma è accaduto pure di peggio. Anche sul piano dottrinale. A Manila, per esempio, accantonando il discorso scritto, a un certo punto Francesco ha detto che la sofferenza innocente è “l’unica domanda che non ha risposta”.

La Chiesa ha sempre insegnato che la risposta concretissima, è il Crocifisso che si carica di tutto il dolore umano e lo redime, vincendo il male e la morte, spalancando la felicità eterna agli uomini.

Ma Bergoglio dice che non c’è risposta e – anzi – sembra pensare che il Verbo di Dio ne sappia meno di noi: “Solo quando Cristo è stato capace di piangere ha capito il nostro dramma” (tesi cristologica molto spericolata).

Poche ore prima, parlando della sua visita al tempio buddista, papa Bergoglio ha fatto l’elogio della “interreligiosità”, ovvero della commistione fra religioni diverse che ha definito “una grazia”.

Non era mai accaduto, ma anche la preghiera e l’adorazione in moschea, rivolto alla Mecca e l’atteggiamento reticente verso l’Islam e verso il terrorismo musulmano sono inediti.

L’inadeguatezza dell’uomo Bergoglio all’alto ministero suscita in tanti di noi comprensione, l’impreparazione provoca pure tenerezza, ma la sua convinzione che essere papa significhi affermare le proprie personali idee provoca dolore e spaccature. Perché la Chiesa è di Cristo. E poi Simone non deve mai prevalere su Pietro.

I media hanno enfatizzato la folla delle Filippine come il trionfo di papa Bergoglio. Ma quella gente non era lì per Cristo?

E’ la stessa folla venuta per ogni altro papa. Inoltre alla messa di domenica scorsa a Manila si è verificato – immortalato dalle telecamere –quel passamano eucaristico per il quale, secondo diverse testimonianze, sono state ritrovate delle ostie anche nel fango.

Così mentre si celebrava l’apoteosi dell’uomo Bergoglio, finiva nel fango Cristo eucaristico. Una profanazione drammatica.

I media non considerano queste cose, ma per la Chiesa sono quelle più importanti perché Cristo è il suo unico tesoro.

I media hanno perfino acclamato come esemplare l’episodio del tentativo di corruzione raccontato da Bergoglio ai giornalisti. Ma, a ben vedere, l’allora vescovo di Buenos Aires si comportò in modo alquanto strano, perché non rimproverò i disonesti (come era dovere di un vescovo), né li diffidò, né li minacciò di denuncia. Imbarazzante.

IDOLO DEI MEDIA


Papa Bergoglio sembra l’idolo dei media, ma è ormai alle rotte con la Chiesa tradizionale e un po’ con i “progressisti”. Ama comandare da solo.

Poco prima del viaggio c’era stata l’infornata di nuovi cardinali fatta più a proprio capriccio che seguendo necessità ecclesiali.

Sono rimasti fuori diocesi importanti e, per esempio, i vescovi dei cristiani perseguitati. Ma anche famosi nomi progressisti.

Si parla infine dell’esito che egli intende dare al prossimo Sinodo sulla famiglia che scontenterà sia i fedeli al magistero di Ratzinger e Wojtyla, sia i progressisti di Kasper.

Tanto che i vescovi tedeschi hanno già fatto sapere che loro intendono andare avanti sulla linea di Kasper.

La Chiesa fedele al magistero guarda con forte apprensione alla “soluzione Bergoglio” perché somiglierà alla famosa battuta del cardinale De Lubac: gli ortodossi dicono che due più due fa quattro, i modernisti dicono che fa sei, papa Bergoglio – dicendo che ha trovato la mediazione – dirà che fa cinque.

La smania di novità è tale che un sito americano ha perfino riportato la voce della possibile convocazione da parte di Bergoglio di un Concilio Vaticano III.

Nella Chiesa la preoccupazione per questo pontificato dilaga anche fra i cardinali che lo hanno votato in Conclave.

E proprio sul Conclave del 2013 tornano a riproporsi i dubbi. A volte in “curialese”, cioè mentre sembra che si dica l’opposto.

 CONCLAVE INVALIDO

 Significativo per esempio ciò che Sandro Magister ha pubblicato sul suo sito il 5 gennaio scorso.

Il titolo “E’ lui il papa. Eletto in piena regola” annunciava un articolo della canonista Geraldina Boni che prometteva di confutare quanto io ho scritto nel mio libro “Non è Francesco”.

Ho letto con interesse sperando di trovare così la risposta ai miei dubbi. Ma nel testo della Boni non c’è ombra di risposta.

Ripropone infatti la vecchia interpretazione che è stata data in Conclave all’incidente delle due schede (si è applicato l’articolo 68), interpretazione che ho confutato nel mio libro perché così quell’articolo sarebbe contraddetto dal successivo e perché conferirebbe un oggettivo potere di veto a qualsiasi cardinale volesse far saltare una candidatura.

Inoltre la Boni ritiene che la quinta votazione (quella decisiva) sia stata legittima, nonostante l’obbligo di farne solo quattro ogni giorno, perché la quarta era stata annullata e quindi – a suo avviso – non andava conteggiata, “tamquam non esset”.

Solo che nella Costituzione apostolica che regola il Conclave non sta scritto “tanquam non esset”, cioè non si prescrivono “quattro votazioni valide”, ma “quattro votazioni” tout court, si calcolano dunque tutte, valide e invalide. E non è ammessa la quinta.

La Boni inoltre parla di votazioni “pervenute fino allo spoglio”, ma la Costituzione apostolica non dice questo, infatti definisce “suffragia” le quattro votazioni, mentre, quando parla delle votazioni che arrivano fino allo spoglio, usa il termine “scrutinia”.

Infine la Boni – per contestare l’invalidità – cita la simonia, ma fa autogol: proprio il fatto che venga esplicitamente menzionato questo caso, come esentato dall’invalidità, significa che invece rientrano in tale invalidità tutti gli altri casi non menzionati relativi alle procedure di elezione.

Insomma il giallo del Conclave continua. D’altronde lo stesso Magister, mentre lancia l’articolo della Boni come fosse davvero una confutazione, lo incornicia con questi titoli e commenti: “Restano le incognite sulle manovre che hanno preceduto la fumata bianca”, “Il conclave che lo ha eletto papa continua ad essere sfiorato da ombre”.

In effetti dopo l’uscita del mio libro altre ombre si sono aggiunte con il libro di Austen Ivereigh, “The Great Reformer”. E c’è ancora la domanda irrisolta sull’abnorme attesa fra la fumata bianca e l’apparizione sulla loggia di San Pietro (con il misterioso aneddoto riferito da Bergoglio a Scalfari).


IL MISTERO DI BENEDETTO

 Infine si sono riaffacciati pure i dubbi sulla “rinuncia” di Benedetto XVI, visto che addirittura sul giornale dei vescovi italiani, “Avvenire”, il 7 gennaio scorso, si è letto che ci sono state forze oscure che “hanno tradito e congiurato per eliminare papa Ratzinger e l’hanno spinto alla rinuncia”.

Quando io ho segnalato su queste colonne l’enormità di queste parole (che comporterebbero l’invalidità della rinuncia) il direttore di “Avvenire” ha risposto, curiosamente, senza smentire, anzi facendo capire che in sostanza lo sanno tutti…

Ma allora perché non parlare chiaro? Lo stesso Bergoglio chiede “parresia”. Quando emergerà ciò che cova sotto la cenere?

Antonio Socci

Da “Libero”, 25 GENNAIO 2015


Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

domenica 25 gennaio 2015

"Come quindi appartiene al sacerdote consacrare il Corpo di Cristo, così appartiene a lui di distribuirlo" ( San Tommaso d'Aquino)

 


SAN TOMMASO D'AQUINO
[Summa Theologiae, Parte III, Quaestio 82, articolo 3]
La distribuzione del Corpo del Signore compete al sacerdote per tre motivi. Primo, poiché come si è detto egli consacra in persona di Cristo. Ora, come Cristo consacrò da sé il proprio Corpo, così da sé lo distribuì agli altri. Secondo, poiché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il popolo. Come quindi spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così spetta a lui di dare al popolo i doni santi di Dio. Terzo, poiché per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da cosa alcuna che non sia consacrata: per cui sono consacrati il corporale, il calice, e anche le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso di toccarlo, all’infuori di un caso di necessità: per esempio se stesse per cadere a terra o altri simili
 



 
 
L'urgenza del ripristino della forma tradizionale della Comunione
di Raymond Leo Burke
 
Nulla è più importante nella vita di un cattolico della santa Eucaristia. Il Decreto del Concilio Vaticano II sulla vita e il ministero sacerdotale, ispirandosi ad un testo di S. Tommaso, dichiara: «nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua, lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create». Lo stesso testo continua così: «per questo l'Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione, cosicché i catecumeni sono introdotti a poco a poco a parteciparvi, e i fedeli, già segnati dal sacro battesimo e dalla confermazione, ricevendo l'eucaristia trovano il loro pieno inserimento nel corpo di Cristo».
La santa Eucaristia è il mistero per eccellenza della fede. Mediante l'azione della Santa Messa, Cristo, assiso in gloria alla destra del Padre, discende sugli altari delle chiese e delle cappelle di tutto il mondo per rendere nuovamente presente il suo sacrificio sul Calvario, sacrifico unico con il quale l'uomo è salvato dal peccato e perviene alla vita in Cristo grazie all'effusione dello Spirito Santo. È mediante la santa Eucaristia che la vita quotidiana di un cattolico riceve simultaneamente ispirazione e forza.
Unito con tutto il cuore a Cristo nel sacrificio eucaristico, il cattolico fervente non è chiamato che ad essere una cosa sola con lui in ogni istante di ognuna delle sue giornate, portando la Croce e partecipando, così, all'opera incessante e senza prezzo del suo Amore puro e generoso per tutti gli uomini, oltre ogni frontiera. Ricevendo dal cuore Eucaristico di Gesù l'alimento celeste del suo Corpo, del suo Sangue, della sua Anima e della sua Divinità, riceviamo la forza per vivere in modo straordinario le circostanze ordinarie della vita quotidiana. È per questo che, al di là dell'obbligo grave di partecipare ogni domenica al Santo Sacrificio della Messa, i cattolici sono invitati a partecipare, se possibile, alla Santa Messa tutti i giorni.

PROFONDA RIVERENZA PER LA SANTA EUCARISTIA
A partire dal momento in cui si è compresa la realtà della santa Eucaristia – cioè che si tratta del Corpo, del Sangue, dell'Anima e della Divinità di Cristo donati all'uomo come pane celeste per sostenerlo spiritualmente nel suo pellegrinaggio terreno e come pegno del suo destino alle nozze celesti dell'Agnello (Ap XIX, 9) – si comincia anche a comprendere la profonda riverenza che occorre per trattare e ricevere la santa Eucaristia. Così, lungo i secoli, i fedeli hanno fatto la genuflessione arrivando davanti al Santissimo Sacramento e si sono inginocchiati in adorazione davanti alla Presenza Reale di Nostro Signore nella santa Eucaristia. Allo stesso modo, salvo circostanze straordinarie, solo il sacerdote o il diacono toccavano la santa Ostia o il calice del Preziosissimo Sangue. Uno dei ricordi più commoventi della mia infanzia è la grande delicatezza verso il Santissimo Sacramento che mi hanno insegnato i miei genitori, il nostro parroco e le suore delle nostre scuole cattoliche. Mi ricordo in particolare le indicazioni minuziose circa la riverenza dovuta alla Presenza Reale, che mi sono state date prima di essere ammesso ad aiutare il sacerdote come chierichetto.
I segni della Fede eucaristica si manifestavano allo stesso modo nella bellezza dell'architettura e degli arredi delle chiese e delle cappelle, nella qualità degli ornamenti, dei vasi sacri e della biancheria per il sacrificio eucaristico, e nella lingua e musica speciali - o, piuttosto, sacri - utilizzati nel Culto divino.
Col riservare attenzione al corpo e al Sangue di Cristo, la Chiesa si è sempre preoccupata di imitare in primo luogo l'esempio di Maria, sorella di Lazzaro, che ha unto Gesù con oli preziosi proprio prima della sua Passione e Morte. Quando Giuda, il traditore, contestò questo gesto di profonda venerazione e d'amore, trattandolo come uno spreco di risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per occuparsi dei poveri, Nostro Signore rispose che Maria aveva agito in modo giusto e nobile, testimoniando la riverenza per il suo Corpo, che Egli doveva sacrificare per la salvezza eterna del genere umano (Gv 12,1-8).
In questo senso, sono stato sempre molto ispirato dall'esempio di san Francesco d'Assisi, che ha praticato la massima austerità nella sua vita religiosa di consacrato, ma insistendo sempre perché si riservasse la massima cura ad onorare il Santissimo Sacramento, anche in modo sontuoso, e a non utilizzare che i materiali più preziosi per il culto eucaristico. San Francesco non ha esitato ad ammonire i sacerdoti (obbligati dal loro ufficio a rendere onore al Santissimo Sacramento) circa la loro mancanza di riguardo verso questa realtà, sacra fra tutte.

COME SI RICEVE IL CORPO DI CRISTO
Fra tutti i ricchi aspetti della Fede e della pratica eucaristiche, è certamente fondamentale il modo in cui i fedeli ricevono il Corpo di Cristo nella santa Comunione. Al momento della santa Comunione, il fedele, ben consapevole della sua indegnità e pentendosi di tutti i suoi peccati, si presenta davanti al Signore che, nel suo amore senza fine e senza misura, offre il suo Corpo come alimento celeste affinché noi lo riceviamo.
Mi ricordo bene, nella mia infanzia, la diligenza di cui davano prova i miei genitori, così come i sacerdoti e le suore della scuola cattolica, per preparare i bambini a ricevere per la prima volta la santa Comunione. Mi sovvengono anche i frequenti richiami alla riverenza e all'amore che dovevamo dimostrare ricevendo la santa Comunione e facendo il ringraziamento subito dopo la ricezione del sacramento.
All'epoca della mia prima comunione, il 13 maggio 1956, la santa Ostia si riceveva alla balaustra, sulla lingua e in ginocchio, con le mani ricoperte da una tovaglia. Questo modo di ricevere la santa Comunione mi ha sempre colpito come la più alta espressione dell'infanzia spirituale insegnata da Nostro Signore (Mt 18,1-4), e di cui santa Teresa di Lisieux è una delle figure più notevoli. Proprio in quel periodo della mia vita, mio padre era gravemente malato ed era costretto a letto in casa. Morì nel mese di luglio 1956. Ricordo la grande preparazione e l'attenzione che egli manifestava ogni volta che il sacerdote veniva a portargli la santa Comunione. Si preparava una piccola tavola di fianco al suo letto, con un crocifisso, dei ceri e una tovaglia speciale. Si accoglieva il sacerdote in silenzio alla porta con un cero acceso e, anche se mio padre non poteva alzarsi, tutti restavano in ginocchio durante la cerimonia.
Anni più tardi, nel maggio 1969, è stata autorizzata la pratica di ricevere la Comunione in mano, a discrezione delle Conferenze episcopali, in parallelo con la pratica plurisecolare di ricevere la Comunione direttamente sulla lingua. Uno degli argomenti avanzati per introdurre la seconda opzione era l'esistenza di un uso antico di ricevere la santa Comunione in mano. Nello stesso tempo, l'istruzione della Congregazione per il Culto Divino, che permetteva la pratica della ricezione della santa Comunione in mano, sottolineava il fatto che la tradizione plurisecolare di ricevere la Comunione sulla lingua doveva essere preservata a motivo del rispetto dei fedeli verso la santa Eucaristia che questa pratica esprime. In questo senso, è interessante notare che il Papa Paolo VI (durante il cui pontificato è stato dato il permesso di ricevere la santa Comunione in mano), nella sua lettera enciclica Mysterium Fidei sulla dottrina e il culto del Santissimo Sacramento, promulgata quattro anni prima della concessione del permesso, si riferisce a un costume antico dei monaci che vivevano in solitudine, nonché dei cristiani perseguitati, secondo il quale essi prendevano la santa Comunione con le loro proprie mani. Tuttavia, il Papa aggiunge subito che questo riferimento ad un uso di altri tempi non rimette in questione la disciplina che si è diffusa in seguito circa il modo di ricevere la santa Comunione.
La pratica tradizionale si comprende meglio alla luce dell'ermeneutica della riforma nella continuità, contrapposta all'ermeneutica della discontinuità e della rottura, di cui ha parlato il Papa Benedetto XVI nel suo discorso di Natale 2005 alla Curia romana. Nell'ermeneutica della continuità, l'unica Chiesa «cresce nel tempo e (…) si sviluppa, rimanendo però sempre la stessa». Così, la pratica tradizionale di ricevere la santa Comunione manifesta una crescita ed uno sviluppo tanto della Fede eucaristica, quanto delle espressioni di riverenza verso il Santissimo Sacramento. Si potrebbe dire a proposito del modo tradizionale di comunicarsi ciò che il Papa Benedetto XVI diceva a proposito dell'Adorazione eucaristica nell'Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis: «l'Adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa».

ABUSI LITURGICI CONTRO IL SANTISSIMO SACRAMENTO
Sfortunatamente, l'iniziativa di ristabilire l'uso antico sopraggiunse proprio in un momento in cui numerosi abusi liturgici avevano gravemente sminuito la riverenza e la devozione dovute al Santissimo Sacramento. Inoltre, il periodo conosceva una secolarizzazione e un relativismo crescenti, i cui effetti furono devastanti nella Chiesa. Per di più, la "restaurazione" di questa pratica fu incompleta, perché si limitò alla ricezione della Comunione in mano, senza però includere gli altri ricchissimi dettagli dell'uso antico. In esito a tutto ciò, la ricezione della santa Comunione è diventata l'occasione di negligenze - anzi, addirittura di vere e proprie irriverenze - e, in qualche caso particolarmente deplorevole, il Santissimo Sacramento ricevuto in mano non viene consumato, ma, al contrario, assoggettato a varie forme d'abuso, fino al caso estremo in cui qualcuno porta via il Corpo di Cristo per profanarlo più tardi nel corso di una "messa nera". Nella mia personale esperienza pastorale, i casi in cui la santa Ostia era stata lasciata in un libro di canti o in qualche altro posto, o anche portata a casa per la devozione privata - mi spiace doverlo segnalare - non sono stati rari. È ugualmente triste aver visto abbastanza spesso alcuni comunicanti strapparmi letteralmente l'Ostia dalle mani piuttosto che ricevere il Corpo di Cristo in modo conveniente.

MONS. ATHANASIUS SCHNEIDER
Mons. Athanasius Schneider, esemplare pastore d'anime, ha affrontato con amore coraggioso l'attuale situazione della ricezione della santa Comunione nel rito romano. Prendendo spunto dalla sua personale e ricca conoscenza della fede e della pratica eucaristiche nel periodo della persecuzione nel suo paese natale, è stato spinto a studiare in profondità l'antico uso di ricevere la santa Comunione in mano, così come il suo attuale ripristino. In modo chiaro ed accurato, Mons. Schneider spiega con che cura la pratica antica intendeva evitare tutto ciò che potesse suggerire l'auto-comunione, sottolineando l'aspetto infantile della Comunione; ed impedire che anche un solo frammento andasse perduto, e, così, fosse suscettibile di profanazione. Egli descrive anche brevemente le tappe dell'introduzione dell'uso attuale, che differisce in misura rilevante dalla vecchia pratica dell'antichità.
Mons. Schneider presenta poi, accuratamente, le conseguenze più gravi dell'attuale pratica di ricezione della Comunione in mano:
1) la riduzione o la scomparsa di ogni gesto di riverenza e di adorazione;
2) l'utilizzo, per ricevere la santa Comunione, di un gesto abitualmente adibito alla consumazione degli alimenti ordinari, dal che deriva una perdita di Fede nella Presenza Reale, soprattutto tra i bambini e i giovani;
3) l'abbondante perdita di frammenti della santa Ostia e la loro conseguente profanazione, soprattutto quando nella distribuzione della santa Comunione manchi il piattello;
4) un altro fenomeno che si diffonde sempre più: il furto delle Sacre Specie.
Prendendo in considerazione tutte queste conseguenze, Mons. Schneider dice a buon diritto che la giustizia – cioè il rispetto del diritto di Cristo di essere ricevuto nella santa Comunione con la riverenza e l'amore che Gli convengono, e di quello dei fedeli di ricevere la santa Comunione in un modo che esprima al meglio l'adorazione reverenziale – esige che la pratica attuale della ricezione della Comunione nel rito romano sia seriamente studiata in vista di una riforma il cui bisogno si fa pesantemente sentire.

IL DIRITTO DI CRISTO
Un aspetto del tutto preminente della trattazione di Mons. Schneider riguarda il diritto di Cristo, lo ius Christi. Ricordandoci l'umiltà totale dell'amore di Cristo che si dona a noi nella piccola Ostia, fragile per natura, Mons. Schneider richiama la nostra attenzione sul grave obbligo di proteggere ed adorare Nostro Signore. Infatti, nella santa Comunione, Egli, a motivo del Suo amore incessante e incommensurabile per l'uomo, si fa il più piccolo, il più debole, il più delicato fra noi. Gli occhi della Fede riconoscono la Presenza Reale nei frammenti, anche nei più piccoli, della santa Ostia, e ci conducono, così, all'Adorazione amorosa.
Non mi resta che ringraziare Mons. Athanasius Schneider per il suo minuzioso studio della questione della ricezione della santa Comunione, espressione preminente della fede eucaristica. Il suo studio è pieno del più profondo amore di Gesù Eucaristia, amore nel quale egli è stato formato in un'epoca in cui la Chiesa era sotto i colpi della persecuzione nel suo paese. Spero che il contenuto di questo volume ispiri nel lettore una Fede eucaristica sempre più profonda e più ardente. Spero anche che questo libro fornisca l'occasione di rinnovare il modo di ricezione della santa Comunione, disciplina che dispone il comunicante a riconoscere pienamente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Cristo e, così, a ricevere Gesù Eucaristia con una riverenza ed un'adorazione amorose. È in questa ricezione reverenziale e amorosa di Nostro Signore nella santa Comunione che dobbiamo attingere la forza di trasformare e rinnovare le nostre vite personali e la società, con la forza del vangelo, come facevano i primi cristiani.
Possa la lettura approfondita del libro di Mons. Schneider portare i fedeli, al momento della santa Comunione, a riconoscere la Presenza Reale del Signore risuscitato e a far loro le parole di San Giovanni Evangelista a San Pietro, quando il Signore risuscitato apparve ai discepoli sulle rive del lago di Tiberiade nel corso della pesca miracolosa: «È il Signore!» (Gv 21,7).

Nota bene: questo articolo è la prefazione del cardinal Burke alla versione francese del libro di Mons. Athanasius Schneider sullo scandalo della comunione in mano "Corpus Christi", Libreria Editrice Vaticana, 2013.
 
Ecco il video con le penose immagini della profanazione del Santissimo Sacramento durante la Messa di chiusura del viaggio di Papa Francesco nelle Filippine


 
https://www.youtube.com/watch?v=u3G43C16Ju0
 
 
Fonte: La Lettera di Paix Liturgique, 20/01/2015

venerdì 23 gennaio 2015

matria potestas


“In ancient Rome, there was a potestas patria or the right of the father to dispose of a child. In our modern day, there is a potesta matria or the right of the mother to dispose of a child. In between pagan Rome and pagan today there was, and still is, a group of God-loving people who will protect those who are incapable of independent existence because they sense in their own frailty the mercy of God and, therefore, resolve to extend it to others.” Archbishop Fulton Sheen

 
 
una traduzione:

Nell'antica Roma, c'era una patria potestas ovvero il diritto del padre di disporre (della vita) di un bambino. Nella nostra epoca moderna, vi è una matria potestas ovvero il diritto della madre di disporre  (della vita) di un bambino. Tra i pagani di Roma e i pagani di oggi c'era ed c’è tuttora, un gruppo di persone che amano Dio che proteggono coloro che sono incapaci di un’esistenza indipendente perché costoro avvertono nella propria fragilità la misericordia di Dio e perciò sono ben decisi ad estenderla agli altri

giovedì 22 gennaio 2015

in barba al barbosissimo sol dell'"Avvenire"

Salutiamo con soddisfazione la nascita di un nuovo quotidiano "La Croce", organo dell'associazione "Voglio la Mamma", diretto da Mario Adinolfi, "quotidiano contro i falsi miti di progresso", abbonamento annuale 180 €:

http://www.lacrocequotidiano.it/
 

 



 
 
 
 
Qui sotto l'editoriale di oggi (quanti quotidiani italiani avranno dato notizia dell'annuale Marcia per la vita di Washington svoltasi oggi?)

 

La cultura della vita alla riscossa

di Mario Adinolfi

Mezzo milione di persone si metteranno oggi in cammino per il “mall” di Washington nella più vasta March for life della storia americana: una marcia per il diritto alla vita, contro la cultura dell’aborto, a difesa di chi non ha voce. E’ stata definita dagli organizzatori “la più vasta manifestazione per i diritti civili che si sia mai tenuta in terra statunitense”. Ed è vero. Così come è vero ed intelligente essersi appropriati della locuzione “diritti civili” perché non c’è diritto più incivile che quello della donna di uccidere il bambino nel proprio grembo. Diceva bene Madre Teresa di Calcutta che siamo senza speranza se consideriamo elemento di libertà lasciare che una mamma possa sopprimere il proprio figlio indifeso, perché se questo è consentito allora chi ci fermerà dall’ucciderci l’un l’altro.

La cultura della vita contro la cultura dello scarto è stata anche al centro del discorso tenuto da Papa Francesco all’udienza generale del mercoledì che fa seguito al suo viaggio in Sri Lanka e Filippine: “Ogni figlio è una benedizione”, ha detto il Santo Padre anche per fugare alcuni dubbi interpretativi (che noi non abbiamo avuto, l’ha spiegato bene Giovanni Marcotullio ieri su queste pagine) dopo la frase sui “conigli” pronunciate in aereo conversando con i giornalisti al seguito del viaggio papale. Le famiglie numerose ringraziano il pontefice per la frase grata e rassicurante loro riservata: semmai è stato possibile qualche dubbio attorno all’amore che Francesco ha per la famiglia feconda, certo è stato definitivamente fugato.

Stiamo assistendo a un risveglio della cultura della vita, potremmo parlare di una vera e propria riscossa che qua e là porta mobilitazioni di popolo che fanno ben sperare, che si sia al convegno sulla famiglia iperpartecipato di Milano o alla marcia di Washington che si annuncia più che imponente. Certo, i nemici della vita e i portatori di una cultura mortifera sono potenti e molto ben finanziati, sostenuti dalla quasi totalità dei mass media mainstream. Ma a livello popolare la sorgente calda che si oppone a questo nichilismo sta producendo un fiume di carità e speranza.

In questo contesto vanno lette anche alcune dichiarazioni che ho rilasciato sul ruolo fondante della donna nella famiglia cristiana (subito assimilate ad una richiesta di “sottomissione” femminile che ovviamente non esiste nel mio pensiero né nella dottrina, se non nel senso paolino della donna che è pietra “messa sotto” l’unità familiare, rappresentandone le fondamenta) e anche sul più prosaico dibattito riguardo l’uso del preservativo, a mio avviso completamente inutile nella battaglia reale anche contro le malattie a trasmissione sessuale se prima non si avvia una riflessione operativa sulla sessualità responsabile. Ancora una volta solo la cultura della vita può battere o almeno significativamente minare la cultura della morte. A chi crede che, ad esempio, dall’Aids ci si protegga con il preservativo propongo questo interrogativo: se vostro figlio una sera vi chiedesse dei quattrini per andare a prostitute con gli amici voi gli insegnereste a mettersi il preservativo o lo terreste a casa magari con una bella ramanzina? Io sceglierei la seconda strada e riterrei d’averlo protetto dall’Aids più così che allungandogli cento euro e un deresponsabilizzante aggeggio di lattice.

Se riprende vigore la cultura della vita c’è qualcosa in cui sperare, abbattendo i meccanismi di denatalità e riaprendoci alla dimensione indicata da Francesco: accogliere ogni figlio come una benedizione.

22/01/2015

mercoledì 21 gennaio 2015

così parlò un Papa

 
 
 
 
   
 
 
 
 
Discorso di Pio XII  ai Dirigenti e Rappresentanti
 delle Associazioni
tra le famiglie numerose
 
 

 
 
Autore: Pio XII
 
 
Tratto da: Libreria Editrice Vaticana del 20/01/1958
 


Tra le visite più gradite al Nostro cuore annoveriamo questa vostra, diletti figli e figlie, Dirigenti e Rappresentanti le Associazioni tra le Famiglie Numerose di Roma e d'Italia. Vi è infatti nota la viva sollecitudine che Noi nutriamo verso la famiglia, di cui non trascuriamo occasione per illustrare la dignità nei suoi molteplici aspetti, per affermare e difendere i diritti, inculcare i doveri, in una parola, farne un caposaldo del Nostro pastorale insegnamento. Per questa stessa premura verso la famiglia, acconsentiamo di buon animo, ove le occupazioni del Nostro Ufficio non si frappongano, ad intrattenerCi, sia pure per brevi istanti, coi gruppi familiari che convengono nella Nostra dimora, ed anche, ove sia il caso, di lasciarCi fotografare in mezzo a loro, per perennare in qualche modo il ricordo della Nostra e della loro letizia. Il Papa in mezzo ad una famiglia! Non è forse questo un posto che ben gli si addice? Non è egli stesso, con significato altamente spirituale, Padre della umana famiglia, rigenerata in Cristo e nella Chiesa? Non si attua forse per tramite di lui, Vicario di Cristo sulla terra, il mirabile disegno della Sapienza creatrice, che ha ordinato ogni umana paternità a preparare l'eletta famiglia dei cieli, dove l'amore di Dio, Uno e Trino, l'abbraccerà con unico ed eterno amplesso, dandole Sè medesimo in beatificante eredità?
 
Ma voi non rappresentate solamente la famiglia, bensì siete e rappresentate le famiglie numerose, vale a dire, le più benedette da Dio, dalla Chiesa predilette e stimate quali preziosissimi tesori. Da queste infatti ella riceve più manifestamente una triplice testimonianza, che, mentre conferma dinanzi agli occhi del mondo la verità della sua dottrina e la rettitudine della sua pratica, ridonda, in virtù dell'esempio, a grande vantaggio di tutte le altre famiglie e della stessa civile società. Ove, infatti, si incontrino con frequenza, le famiglie numerose attestano : la sanità fisica e morale del popolo cristiano — la fede viva in Dio e la fiducia nella sua Provvidenza — la santità feconda e lieta del matrimonio cattolico.
 
1. Tra le aberrazioni più dannose della moderna società paganeggiante deve contarsi l'opinione di taluni che ardiscono definire la fecondità dei matrimoni una «malattia sociale», da cui le nazioni che ne sono colpite dovrebbero sforzarsi di guarire con ogni mezzo. Di qui la propaganda del cosiddetto «controllo razionale delle nascite», promossa da persone e da enti, talvolta autorevoli per altri titoli, ma, in questo, pur troppo riprovevoli. Se però è doloroso di rilevare la diffusione di tali dottrine e pratiche, anche nelle classi tradizionalmente sane, è tuttavia confortante di notare nella vostra patria i sintomi ed i fatti di una sana reazione, in campo sia giuridico che medico. Come è noto, la vigente Costituzione della Repubblica Italiana, per non citare che questa sola fonte, accorda, nell'articolo 31, un «particolare riguardo alle famiglie numerose», mentre la dottrina più corrente dei medici italiani si schiera sempre più in disfavore delle pratiche limitative delle nascite. Non pertanto deve stimarsi cessato il pericolo e distrutti i pregiudizi, che tendono ad asservire il matrimonio e le sue sapienti norme ai colpevoli egoismi individuali e sociali. È da deplorarsi in particolare quella stampa, che di tanto in tanto ritorna sull'argomento col manifesto intento di confondere le idee del buon popolo e trarlo in errore con fallaci documentazioni, con discutibili inchieste e perfino con dichiarazioni falsate di questo o quell'ecclesiastico. Da parte cattolica occorre insistere per diffondere la persuasione, fondata sulla verità, che la sanità fisica e morale della famiglia e della società si tutela soltanto con obbedire generosamente alle leggi della natura, ossia del Creatore, ed innanzi tutto nutrendo verso di esse un sacro ed interiore rispetto. Tutto in questa materia dipende dalla intenzione. Si potranno moltiplicare le leggi ed aggravare le pene, dimostrare con prove irrefutabili la stoltezza delle teorie limitative e i danni che dalla loro pratica derivano; ma se manca il sincero proposito di lasciare al Creatore compiere liberamente la sua opera, l'egoismo umano saprà sempre trovare nuovi sofismi ed espedienti per far tacere, se possibile, la coscienza e perpetuare gli abusi. Ora il valore della testimonianza dei genitori di famiglie numerose non solo consiste nel rigettare senza ambagi e con la forza dei fatti ogni compromesso intenzionale tra la legge di Dio e l'egoismo dell'uomo, ma nella prontezza ad accettare. con gioia e riconoscenza gli inestimabili doni di Dio, che sono i figli, e nel numero che a lui piace. Tale disposizione di animo, mentre libera gli sposi da intollerabili incubi e rimorsi, pone, a giudizio di autorevoli medici, le premesse psichiche più favorevoli per un sano sviluppo dei frutti propri del matrimonio, evitando nell'origine stessa delle nuove vite quei turbamenti ed angosce, che si tramutano in tare fisiche e psichiche sia nella madre che nella prole. A prescindere infatti dai casi eccezionali, sui quali avemmo altre volte occasione di parlare, la legge della natura è essenzialmente armonia, e quindi non crea dissidi e contraddizioni, se non nella misura in cui il suo corso viene turbato da circostanze per lo più anormali o dalla contrastante volontà umana. Non vi è eugenetica che sappia far meglio della natura, ed è buona solo quella che ne rispetta le leggi, dopo averle profondamente conosciute, sebbene in alcuni casi di soggetti tarati sia consigliabile di dissuaderli dal contrarre matrimonio (cfr. Enc. Casti connubii, 31 dic. 1930, Acta Ap. Sedis a. 22, 1930, pag. 565). Del resto, sempre e dappertutto il buon senso popolare ha ravvisato nelle famiglie numerose il segno, la prova e la fonte di sanità fisica, mentre la storia non erra quando addita nella manomissione delle leggi del matrimonio e della procreazione la causa prima della decadenza dei popoli.
 
Le famiglie numerose, lungi dall'essere la «malattia sociale», sono la garanzia della sanità di un popolo, fisica e morale. Nei focolari, dove è sempre una culla che vagisce, fioriscono spontaneamente le virtù, mentre esula il vizio, quasi scacciato dalla fanciullezza, che ivi si rinnova come soffio fresco e risanatore di primavera.
 
Prendano dunque esempio da voi i pusillanimi e gl'ingenerosi; a voi conservi la patria gratitudine e predilezione per tanti sacrifici, che abbracciate nell'allevare ed educare i suoi cittadini; come vi è grata la Chiesa, che può per mezzo vostro ed insieme con voi presentare all'azione santificatrice del divino Spirito schiere sempre più sane e folte di anime.
 
2. Nel mondo civile moderno la famiglia numerosa vale in generale non a torto come la testimonianza della fede cristiana vissuta, poiché l'egoismo, di cui parlavamo testé come massimo ostacolo alla espansione del nucleo familiare, non può validamente vincersi se non ricorrendo ai principii etico-religiosi. Anche di recente si è visto come la cosiddetta «politica demografica» non ottiene notevoli risultati, sia perché sull'egoismo collettivo, di cui essa è spesso la espressione, prevale quasi sempre l'individuale, sia perché le intenzioni ed i metodi di quella politica avviliscono la dignità della famiglia e delle persone, pareggiandole quasi a specie inferiori. Soltanto la luce divina ed eterna del cristianesimo illumina e vivifica la famiglia, in tal modo che, sia nell'origine sia nello sviluppo, la famiglia numerosa è spesso presa come sinonimo di famiglia cristiana. Il rispetto delle leggi divine le ha dato l'esuberanza della vita; la fede in Dio fornisce ai genitori il vigore necessario per affrontare i sacrifici e le rinunzie che esige l'allevamento della prole; i principi cristiani guidano e agevolano l'ardua opera di educazione; lo spirito cristiano del l'amore veglia sull'ordine e sulla tranquillità, mentre dispensa, quasi enucleandole dalla natura, le intime gioie familiari, comuni ai genitori, ai figli, ai fratelli.
 
Anche esteriormente una famiglia numerosa ben ordinata è quasi un visibile santuario: il sacramento del Battesimo non è per essa un avvenimento eccezionale, ma rinnova più volte la letizia e la grazia del Signore. Non è ancora terminata la serie dei festosi pellegrinaggi al fonte battesimale, che comincia quella, sfavillante di pari candore, delle Cresime e delle prime Comunioni. Il più piccino dei fratelli ha appena deposto il vestitino bianco tra i più cari ricordi della vita, ed ecco fiorire il primo velo nuziale, che raccoglie ai piedi dell'altare genitori, figli e nuovi parenti. Seguiranno, come rinnovate primavere, altri matrimoni, altri battesimi, altre prime Comunioni, perpetuando, per così dire, nella casa le visite di Dio e della sua grazia.
 
Ma Dio visita altresì le famiglie numerose con la sua Provvidenza, alla quale i genitori, specialmente poveri, danno aperta testimonianza, riponendo in lei ogni loro fiducia, quando non bastasse la umana industria. Fiducia ben fondata e non vana!
 
Provvidenza — per esprimerCi con concetti e parole umane -- non è propriamente l'insieme di atti eccezionali della divina clemenza; ma il risultato ordinario dell'azione armoniosa della infinita sapienza, bontà e onnipotenza del Creatore. Dio non nega i mezzi di vivere a chi chiama alla vita. Il divino Maestro esplicitamente insegnato che «la vita vale più del nutrimento, e il corpo più del vestito» (cfr. Mt 6,25). Se singoli episodi piccoli e grandi, talora sembrano provare il contrario, è segno che qualche impedimento è stato opposto dall'uomo alla esecuzione dell'ordine divino, oppure, in casi eccezionali, prevalgono superiori disegni di bontà; ma la Provvidenza è una realtà, una necessità di Dio Creatore. Senza dubbio, non dalla disarmonia od inerzia della Provvidenza, bensì dal disordine dell'uomo — particolare dall'egoismo e dall'avarizia — è sorto e si mantiene ancora insoluto il cosiddetto problema della sovrappopolazione della terra, in parte realmente esistente, in parte irragionevolmente temuto come imminente catastrofe dalla moderna società. Con il progresso della tecnica, con la facilità dei trasporti, con le nuove fonti di energia, di cui si è appena cominciato a raccogliere i frutti, la terra può promettere prosperità a tutti coloro che ospiterà, ancora per molto tempo.
 
Quanto al futuro, chi può prevedere quali altre nuove ed impensate risorse racchiude il nostro pianeta, e quali sorprese, al di fuori di esso, contengono forse le mirabili attuazioni della scienza, appena ora iniziate? E chi può assicurare nel futuro un ritmo procreativo naturale, eguale al presente? È forse impossibile l'intervento di una legge moderatrice intrinseca del ritmo di espansione? La Provvidenza ha riserbato a sé il futuro destino del mondo. È intanto singolare il fatto che, mentre la scienza converte in utili realtà ciò che tempo addietro si stimava frutto di accese fantasie, il timore di alcuni trasforma le fondate speranze di prosperità in spettri di catastrofi. La sovrappopolazione non è dunque una valida ragione per diffondere le illecite pratiche del controllo delle nascite, bensì il pretesto per legittimare l'avarizia e l'egoismo, sia di quelle nazioni che temono dalla espansione delle altre un pericolo alla propria egemonia politica e l'abbassamento del tenore di vita, sia degli individui, specialmente dei più forniti di mezzi di fortuna, che preferiscono il più largo godimento dei beni terreni al vanto ed al merito di suscitare nuove vite. Si giunge in tal modo ad infrangere le leggi certe del Creatore col pretesto di correggere gli immaginari errori della di lui Provvidenza. Sarebbe invece più ragionevole ed utile che la società moderna si applicasse più risolutamente e universalmente a correggere la propria condotta, rimuovendo le cause della fame nelle «zone depresse» o sovrappopolate, mediante Un Più attivo uso a scopi di pace delle moderne scoperte, una più aperta politica di collaborazione e di scambio, una più lungimirante e meno nazionalistica economia; soprattutto reagendo alle suggestioni dell'egoismo con la carità, dell'avarizia con applicazione più concreta della giustizia. Dio non chiederà conto agli uomini del generale destino della umanità, che è di sua spettanza; ma dei singoli atti da loro voluti in conformità o in dispregio dei dettami della coscienza.
 
Quanto a voi, genitori e figli di famiglie numerose, continuate a prestare con serena fermezza la vostra testimonianza di fiducia nella divina Provvidenza, certi che ella non mancherà di ricambiarla con la testimonianza della sua quotidiana assistenza, e, se fosse necessario, con straordinari interventi, dei quali molti di voi hanno felice esperienza.
 
3. Ed ora qualche considerazione sulla terza testimonianza, atta a rinfrancare i pavidi e ad accrescere in voi il conforto. Le famiglie numerose sono le aiuole più splendide del giardino della Chiesa, nelle quali, come su terreno favorevole, fiorisce la letizia e matura la santità. Ogni nucleo familiare, anche il più ristretto, è nelle intenzioni di Dio un'oasi di spirituale serenità. Ma vi è una profonda differenza: dove il numero dei figli non supera di molto il singolare, là quell'intimo sereno, che ha valore di vita, porta in sé un qualcosa di melanconico e di smorto; è di più breve durata, forse più incerto, spesso offuscato da timori e da segreti rimorsi. Diversa è, invece, la serenità di spirito nei genitori circondati da una rigogliosa fioritura di giovani vite. Il gaudio, frutto della sovrabbondante benedizione di Dio, irrompe con mille espressioni, con stabile e sicura perennità. Sulla fronte di questi padri e madri, benché gravata da pensieri, non vi è traccia di quell'ombra interiore, rivelatrice di ansie di coscienza o del timore di un irreparabile ritorno alla solitudine. La loro giovinezza non sembra mai appassire, finché perdura nella casa il profumo delle culle, finché le pareti domestiche riecheggiano delle voci argentine dei figli e dei nipoti. Le fatiche moltiplicate e i sacrifici raddoppiati, le rinunzie a costosi svaghi, sono largamente compensati, anche quaggiù, dalla copia inesauribile di affetti e di dolci speranze, che assediano i loro cuori, senza tuttavia opprimerli nè stancarli. E le speranze diventano presto realtà dal momento che la più grandicella delle figliuole comincia a prestare alla madre la sua opera nell'accudire l'ultimo nato; il giorno in cui il primogenito rientra per la prima volta, raggiante, col suo primo guadagno. Quel giorno sarà benedetto in modo particolare dai genitori, che ormai vedono scongiurato lo spettro di una possibile squallida vecchiaia e assicurato il compenso ai loro sacrifici. I numerosi fratelli, alla loro volta, ignorano il tedio della solitudine ed il disagio dell'essere costretti a vivere tra i più grandi. È vero che la loro numerosa compagnia può trasformarsi talora in fastidiosa vivacità, e i loro dissensi in passeggere tempeste; tuttavia, quando queste sono superficiali e di breve durata, concorrono efficacemente alla formazione del carattere. I fanciulli delle famiglie numerose si educano quasi da sé alla vigilanza ed alla responsabilità dei loro atti, al mutuo rispetto ed aiuto, all'apertura di animo e alla generosità. La famiglia è per essi il piccolo mondo di prova, prima che si affronti quello esterno, più arduo ed impegnativo.
 
Tutti questi beni e pregi assumono maggiore consistenza, intensità e fecondità, allorché la famiglia numerosa pone a proprio fondamento e norma lo spirito soprannaturale del Vangelo, che tutto trasumana ed eterna. In questi casi, agli ordinari doni di provvidenza, di letizia, di pace, Iddio aggiunge spesso, come l'esperienza dimostra, le chiamate di predilezione, vale a dire, le vocazioni al sacerdozio, alla perfezione religiosa e alla stessa santità. Più volte, e non a torto, si è voluto mettere in risalto la prerogativa delle famiglie numerose nell'essere culle di santi; si citano, tra tante, quella di S. Luigi Re di Francia composta da dieci figli, di S. Caterina da Siena da venticinque, di S. Roberto Bellarmino da dodici, di S. Pio X da dieci. Ogni vocazione è un segreto della Provvidenza; ma, per quanto concerne i genitori, da questi fatti si può concludere che il numero dei figli non impedisce la loro egregia e perfetta educazione; che il numero, in questa materia, non torna a discapito della qualità, sia in rapporto ai valori fisici che a quelli spirituali.
 
Una parola finalmente a voi, Dirigenti e Rappresentanti le Associazioni tra le Famiglie Numerose in Roma e in Italia. Abbiate cura d'imprimere un dinamismo sempre più vigile e fattivo all'azione che vi proponete di svolgere a vantaggio della dignità delle famiglie numerose e della loro protezione economica. Per il primo scopo conformatevi ai dettami della Chiesa; per il secondo occorre scuotere dal letargo quella parte della società non ancora aperta ai doveri sociali. La Provvidenza è una verità ed una realtà divina, che, però, si compiace di. avvalersi della umana collaborazione. D'ordinario essa si muove ed accorre, se chiamata e quasi condotta con mano dall'uomo; ama nascondersi dietro l'umana operosità. Se è giusto riconoscere alla legislazione italiana il vanto delle posizioni più progredite sul terreno della tutela delle famiglie, particolarmente di quelle numerose, non bisogna nascondersi che ne esistono tuttora non poche, le quali si dibattono, senza loro colpa, tra disagi e stenti. Ebbene, la vostra azione deve proporsi di far giungere anche a queste la tutela delle leggi, e, nei casi urgenti, quella della carità. Ogni risultato positivo ottenuto in questo campo è come una solida pietra posta nell'edificio della patria e della Chiesa: è quanto di meglio si possa fare come cattolici e come cittadini.
 
Invocando la divina protezione sopra le vostre famiglie e sopra quelle di tutta l'Italia, ponendole ancora una volta sotto l'egida celeste della Sacra. Famiglia di Gesù, di Maria e di Giuseppe, v'impartiamo di gran cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione.

cinghiali e conigli....

Vogliamo invece ricordare le profetiche  parole che Papa Benedetto XVI pronunciò il 2 ottobre 2005 nell'Omelia per l’apertura del Sinodo dei Vescovi
Dio ci è d’intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato. La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia. Laddove però l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi. Certo, si può cacciare il Figlio fuori della vigna e ucciderlo, per gustare egoisticamente da soli i frutti della terra. Ma allora la vigna ben presto si trasforma in un terreno incolto calpestato dai cinghiali, come ci dice il Salmo responsoriale (cfr Sal 79,14).” 

martedì 20 gennaio 2015

La “Humani Generis” di Pio XII: il Terzo Sillabo

La “Humani Generis” di Pio XII: il Terzo Sillabo



 

Introduzione
Qualcuno non pago di accusare di liberalismo la dottrina sociale di Pio XII si spinge addirittura a criticare come moderata e progressista la Humani generis, che invece viene definita comunemente “il terzo Sillabo, dopo la Pascendi”, vediamo se tale accusa contenga un fondamento di verità.
La Pascendi e la Humani generis
Se si studia il significato dell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) e la si mette in rapporto con la Pascendi di S. Pio X (8 settembre 1907), si costata che quest’ultima condanna il modernismo classico, il quale voleva sposare il dogma cattolico con la filosofia moderna (da Cartesio a Hegel), mentre la prima condanna la tentata conciliazione del cattolicesimo addirittura colla filosofia nichilistica contemporanea o post-moderna del Novecento (da Nietzsche e Freud allo Strutturalismo odierno).
Secondo p. Gemelli la Humani generis è un «documento solenne, che deve essere collocato accanto alla Aeterni Patris di Leone XIII ed alla Pascendi di Pio X, poiché indica e dichiara quale sia il pensiero della Chiesa cattolica di fronte ai problemi del pensiero moderno». Anche mons. Antonio Piolanti scriveva: «sono molto celebri le encicliche di Leone XIII, che toccano i problemi più vitali della costituzione ecclesiastica, della vita sociale e politica, per esempio la Aeterni Patris sulla filosofia tomistica […]. È molto nota la grande enciclica Pascendi con la quale S. Pio X condannò il modernismo. Numerose e profonde le encicliche di Pio XI , che fanno un bel riscontro a quelle di Leone XIII […]. Piena di Sapienza […] è la Humani generis di Pio XII sui nuovi errori».
Nonostante, ciò qualcuno critica, a sproposito, l’Enciclica come debole e addirittura modernizzante proprio come criticava, a sproposito, Leone XIII per il Ralliément e Pio XI per la scomunica dell’Action Française.
La ‘pars construens’ della Humani generis
Il significato e il valore storico della Humani generis vanno individuati nella risposta all’accusa rivolta alla Chiesa di non comprendere le esigenze del pensiero contemporaneo, della vita moderna e di essersi separata dall’uomo a lei coevo e dunque fossilizzata. L’Enciclica, invece di acconsentire alla tentazione lanciatale dal mondo moderno ed accettare la modernità dialogando con essa e aggiornandosi o adattandosi alle esigenze nichilistiche dell’uomo contemporaneo, risponde a quest’accusa, che si ripresenta costantemente (ed è stata puntualmente confutata) nel corso della storia della Chiesa, mostrando positivamente (pars construens) quali problemi ponga la filosofia moderna e contemporanea e poi condannando negativamente (pars destruens) gli errori di tali filosofie. È pertanto falso ed ingiusto vedere nella Humani generis solo una condanna della “nuova teologia” o neo-modernismo.
Tuttavia, contro l’ammonimento della Humani generis, alla vigilia del Concilio Vaticano II la maggior parte dei teologi e anche dei vescovi si son messi a “dialogare” col pensiero moderno, adottandone il linguaggio e persino la filosofia o mentalità, illudendosi di farsi accettare dal mondo, magari edulcorando alcune verità evangeliche troppo esigenti. Ma il mondo moderno, nonostante l’aggiornamento e l’adattamento, non ha accettato il Vangelo, la Chiesa e il Papato, anzi li ha odiati ancor di più e rispettati sempre meno. Le tappe della sovversione intellettuale e morale che scandiscono la storia a partire dagli anni Sessanta sono impressionanti: il Sessantotto; la legalizzazione del divorzio e dell’aborto; la liberalizzazione delle droghe, degli espianti degli organi da pazienti che respirano e il cui il cuore batte ancora, purché l’elettroencefalogramma segnali che la corteccia cerebrale (non la sostanza profonda del cervello, constatabile solo con tomografia) sia piatta; la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, delle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali; l’introduzione della maleducazione o pervertimento sessuale dei bambini sin dalla scuola elementare… insomma più l’ambiente ecclesiale si è adattato e più il mondo lo ha disprezzato e lo ha combattuto.
Errori fondamentali della filosofia contemporanea
Pio XII con l’Enciclica Humani generis insegna che la filosofia moderno/contemporanea è costituita da due errori i quali la rendono inconciliabile colla retta ragione e la fede della Chiesa romana: a) il relativismo teoretico/pratico; b) il rifiuto del soprannaturale come dono gratuito di un Dio personale e trascendente, unito alla stolta presunzione di auto-divinizzazione dell’uomo (soprannaturalismo esagerato e panteista) in nome di un immanentismo il quale ritiene la grazia “dovuta alla natura” e che accoglie in sé le varie correnti della modernità (Cartesio-Hegel), dall’idealismo assoluto allo storicismo, dal materialismo dialettico a tutti i sistemi irrazionalistici, volontaristici e nichilistici che caratterizzano la post-modernità (Nietzsche-Freud).
Modernità/post-modernità; Modernismo/neo-modernismo
I valori presunti assoluti, ma in realtà soggettivi e puramente logici, su cui si era fondata la filosofia moderna o idealismo razionalista, il quale pensava di poter tutto capire colla sola ragione umana, «si sono eclissati nell’atmosfera del Novecento. Mai nella storia si è assistito a una simile negazione. La ribellione a Dio [modernità] ha originato la derisione dell’assolutezza anche dei valori umani [post-modernità], travolti dal turbine della relatività, fra il sorriso infecondo dello scetticismo». Ci si spiega, così, anche la coerenza logica di tale processo o suicidio della sovversione della filosofia moderna, poiché a partire da certi princìpi (razionalismo soggettivista della modernità: Dio è un prodotto dell’Io pensante) non si può che giungere a certe conclusioni (nichilismo della post-modernità: bisogna distruggere anche l’Io pensante e le sue categorie soggettive o le sue idee aprioristiche); in breve: “chi semina vento, raccoglie tempesta”. Tuttavia l’epoca moderna (Seicento-Ottocento), pur rigettando il Dio oggettivo, reale, personale e trascendente il mondo in nome dell’Io assoluto o del soggettivismo idealistico, almeno voleva salvare i valori umani, dopo aver immanentizzato quelli soprannaturali. Ma tale pretesa era chimerica, poiché senza un Dio reale oggettivamente esistente, personale e trascendente il mondo la fondazione di una “morale autonoma” (Kant) non può reggere a lungo, in quanto essa varia col cambiar dell’uomo ed è simile ad “una canna agitata dal vento”. La post-modernità è la prova provata della inconsistenza della filosofia moderna, del soggettivismo che vuol prendere il posto di Dio. Di un “dio” senza la “D” ossia dell’Io.
Padre Pio, diceva che il nome più consono del diavolo è “Io”, quando si dice: “Io faccio, Io so, Io posso, lì c’è il diavolo; Io, Io, Io”. Ora, la modernità è stata fondata esattamente sul primato dell’Io (“Ego cogito”) rispetto alla realtà (“ergo Ego sum”), sino ad arrivare all’Io assoluto il quale pensando crea l’oggetto (Hegel). Ma, nonostante ciò, ci si illudeva di poter mantenere perlomeno una certa dirittura etica anche se puramente autonoma e soggettiva, la quale invece è stata abbattuta dalla post-modernità nichilistica e distruttrice dell’essere, della ragione e della morale, proprio come la modernità aveva pensato di abbattere il Dio realmente esistente, oggettivo, personale e trascendente: “Chi di spada ferisce di spada perisce”. Questo è lo scacco della modernità, insito nel suo sistema soggettivistico e immanentistico. Tale chimera è del tutto simile a quella di chi pensasse di poter attraccare una nave non sulla stabilità del fondale marino (essere oggettivo e reale), ma sulla mutabilità e scorrevolezza delle onde (soggettivismo relativistico). Dopo un po’ la nave se ne va al largo. Così è stato per la modernità, che ha fondato la “ragion pratica” non su Dio, l’essere oggettivo e stabile, non sulle sostanze immutabili, ma sull’Io empirico o sulle categorie soggettive, che cambiano e si evolvono continuamente. Ebbene essa è stata portata al largo e poi assalita e travolta dalla burrasca della post-modernità o filosofia contemporanea, la quale ha distrutto con furia nichilistica anche ogni resto e parvenza di idea soggettiva di essere, di logica e di etica. Gli ultimi decenni hanno rinnegato tali valori (idealmente) basilari, anche se disancorati dal reale e dall’essere.
Post-modernità come rifiuto anche del soggettivismo
L’epoca contemporanea, ossia il Novecento, è caratterizzata dal primato dell’economico, del pratico, del fare, del relativo, manca di ogni assolutezza o valore basilare, anche puramente umano e soggettivo, come la ragione e la vita, per assumere dimensioni animalesche, puramente istintive, brute e passionali e distruggere ogni reliquia di “valore”, fosse pure solamente ideale, nominale e non reale. «Le correnti vitalistiche, ludiche [Nietzsche], anti-intellettualistiche, attivistiche, pansessualistiche [Freud] non hanno dubitato, contro la razionalità puramente logica del reale ieri affermata [Cartesio/Kant/Hegel], di sostenere l’irrazionalità di quest’ultimo, la sua assurdità, come pure non hanno avuto paura di negare ogni principio etico, dopo aver abbandonato il piano di una moralità puramente autonoma, soggettiva e razionale, e di proclamare i diritti dell’immoralismo più crudo». Si è anche negato il valore della volontà razionale ridotta a puro istinto animalesco o sentimento.
Il modernismo sta all’idealismo come il neomodernismo sta al nichilismo
Giustamente, quindi, la differenza tra neo-modernismo o Nouvelle théologie, condannata dalla Humani generis (1950), e modernismo classico, condannato da S. Pio X colla Pascendi (1907), è la stessa che intercorre tra modernità soggettivista ma ancora presumente o illusa di poter mantenere una certa logica, etica e una vita puramente umana (anche se disarcionate dal reale e dall’essere oggettivo) e la post-modernità o filosofia contemporanea, la quale vuole distruggere anche queste vestigia del tutto soggettive e non più reali di valori umani (pensiero, morale, vita, essere). Anche Jacques Maritain ha osservato che “il modernismo rispetto al neomodernismo era un semplice raffreddore da fieno” (Il contadino della Garonna, 1966).
Il pericolo mortale della nuova teologia
La grandezza dell’insegnamento positivo, e non solo della condanna negativa degli errori contemporanei, della Humani generis è quella di aver cercato, purtroppo invano, di far capire ai “nuovi a-teologi” che il loro soggettivismo e immanentismo filosofico avrebbero condotto inevitabilmente alla “a-teologia” della “morte di Dio” prevista da Nietsche nei primi del Novecento (“siete voi che lo avete ucciso”, avrebbe detto Zarathustra ai ‘periti’ conciliari). Come la morale autonoma e laica è una contraddictio in terminis, ma la a-morale per principio è ancora più disastrosa, così il modernismo, che cerca di sposare il dogma cattolico col soggettivismo idealistico, è contraddittorio e svuota l’essenza del cristianesimo dall’interno (S. Pio X, Pascendi, 1907), ma il neomodernismo, che vuol distruggere pure le ultime vestigia del cattolicesimo trascendentale o aprioristicamente kantiano, è ancora più dirompente e avrebbe fatto tabula rasa del cattolicesimo (Pio XII, Humani generis, 1950) si fieri potest. Infatti, dal Seicento sino ai primi del Novecento esistevano ancora almeno le idee di “Dio”, patria, famiglia, matrimonio, bene e male, ma con il Novecento e nella seconda sua metà anche le idee di queste realtà, che la modernità aveva svuotato di consistenza reale dandone loro una puramente logica, vengono messe in discussione, anzi aggredite per essere annichilite anche soggettivisticamente o logicamente: è l’idea stessa di Dio, morale, patria che deve essere distrutta, dopo che la modernità aveva sostituito alla realtà ontologica il concetto logico di questi valori.
Neo-modernismo
La modernità e il modernismo classico dicevano: “Dio esiste perché Io lo penso” (Kant, Ragion pura), e quindi “Io debbo comportarmi eticamente bene” (Ragion pratica); la post-modernità e il neo-modernismo dicono: “se Dio non esiste realmente la sua idea è un oppio, va distrutta e tutto è permesso moralmente” (Nietzsche, Freud, Francesco I). Come si vede, quella attuale o contemporanea è la filosofia e la teologia della crisi e del nulla, a fatti e non solo a parole, nella vita pubblica e non solo in quella privata, munita con forza di legge; mentre quella della modernità perlomeno salvava le idee soggettive degli enti reali.
Ora è la filosofia contemporanea e non il magistero – risponde Pio XII ai neomodernisti – che conduce alla morte; di tale eccidio dell’essere, della ragione e della morale, non è colpevole la Chiesa, la quale invece porta alla vita intellettuale, morale, spirituale ed eterna. Questo è il messaggio positivo e più grande della Humani generis, che è stato disprezzato, non ascoltato o volutamente frainteso. Essa, quindi, è stata non solo opportuna, vera e giusta, ma realmente profetica e costruttiva, ossia ha previsto e lanciato un grido di allarme pieno di preoccupazione e di speranza al tempo stesso: se accetterete la filosofia contemporanea e post-moderna, sprofonderete nella distruzione della natura e nella perdita della grazia che è inizio di dannazione eterna; se invece tornerete alle fonti pure della divina Rivelazione, della patristica e della scolastica (specialmente tomistica) inizierete il cammino che porta dalla ragione alla fede, dalla natura alla grazia e da questa in Paradiso. Come nel 1939/40 Pio XII aveva esclamato: “tutto può essere ancora salvato con la pace e nulla può esserlo con la guerra”, così nel 1950 ci ha lasciato detto: “tutto è perduto col neomodernismo o post-modernità, tutto può essere restaurato col neotomismo o classicità”. Purtroppo come nel 1940 non lo si ascoltò e la civiltà europea è sprofondata nella neobarbarie dei vincitori che ci hanno svuotati della nostra tradizione culturale, filosofica, giuridica e spirituale; così nel 1950 lo si osteggiò e nel 1960 lo si contraddisse facendo tabula rasa della filosofia e teologia scolastica per sposare la post-modernità che ci ha portato inevitabilmente alla distruzione e alla morte dell’essere, della ragione, della morale e persino dell’idea di Dio, il quale, essendo invece reale, tace ma non acconsente, tollera e attende di mostrare all’umanità la vacuità delle sue pretese soggettivistiche, immanentistiche, antropocentriche e deicide, nella maniera che riterrà più opportuna: castigo e misericordia per i pentiti di cuore.
Purtroppo Giovanni XXIII ha ascoltato la sirena tentatrice della post-modernità e si è messo a dialogare con essa, portando la confusione e “il fumo di satana anche dentro il Tempio di Dio”. Questa è la tragedia del Concilio Vaticano II: “abbattere i bastioni”, la “mano tesa”, l’ “adattamento”, il “dialogo” con la modernità e post-modernità, il rigetto de jure e de facto della Humani generis (propugnato da tutti i nuovi teologi, anche i più modernisticamente “conservatori” – Daniélou, Balthasar, Ratzinger – nel 1950 e sino ad ora, senza ripensamenti o pentimenti), e la canonizzazione dei nuovi teologi, che hanno fatto il Concilio in qualità di “periti” ufficialmente nominati, i quali sono stati creati poi cardinali (de Lubac, Congar, Daniélou, Ratzinger), pur non avendo cambiato opinione sugli errori da loro sostenuti e condannati dalla Humani generis.
Pio XII segno di contraddizione
Padre Battista Mondin ha scritto: «raramente nella storia della Chiesa è capitato che il giudizio su un Pontefice abbia subìto, dopo la sua morte, un rovesciamento così radicale come è toccato a Pio XII. Tutti ricordiamo la stima altissima da cui era circondato mentre viveva. Era considerato superiore a quasi tutti i Pontefici che l’avevano preceduto in questo secolo. Era opinione comune che sarebbe stato quasi impossibile trovare un successore pari a lui. Ma poi vennero i giorni tristi della sua morte, l’elezione di Giovanni XXIII, il Concilio riformatore». Purtroppo l’avversione a Pio XII era iniziata, anzi esplosa già con la promulgazione della Humani generis (12 agosto 1950) da parte di alcuni teologi d’oltralpe i quali non accettarono l’enciclica pacelliana e il magistero della Chiesa (soprattutto il Sillabo, la Aeterni Patris e la Pascendi), anzi vi si opposero positivamente perseverando nelle loro teorie neo-moderniste, che hanno portato all’attuale stato comatoso della teologia come scienza che non studia più Dio quale oggetto reale, ma quale frutto soggettivo dell’ a-“teologo” o del mis-“credente”.
È triste che anche in ambiente tradizionale qualcuno presti orecchio a simili deliramenti, secondo i quali Pio XII (come Leone XIII e Pio XI) sarebbe un Papa… liberale.
L’adattamento
Il risultato di tale adattamento alla modernità è stato catastrofico anche in ambiente ecclesiastico; basta non voler chiudere gli occhi sulla situazione di degrado dottrinale e morale in cui versano gli uomini di Chiesa o la Chiesa nella sua componente umana e la mancanza di credito di cui gode oggi il cattolicesimo. Quindi la Humani generis ha non solo scorto negativamente la gravità degli errori contemporanei e le conseguenze disastrose cui avrebbero portato, ma ha fornito positivamente il rimedio per uscire da tali flagelli: il ritorno alle vere fonti del cristianesimo, la patristica integrata e ultimata dalla scolastica, sotto la guida del magistero della Chiesa.
Essa ribadisce e spinge a rivalutare
  • a) il valore della ragione umana, che – se non può conoscere tutto di ogni cosa – può nondimeno giungere a conoscere con certezza l’essenza delle cose, e perciò rappresenta l’ancora di salvezza nel mare del dubbio universale;
  • b) il valore perenne della sana filosofia scolastica e specialmente tomistica, fondata sui princìpi primi e per sé noti, perché solo una retta ragione e volontà, illuminate e rafforzate dalla fede e carità soprannaturali, potranno risolvere i problemi dell’uomo contemporaneo.
Non è affogando assieme che si salva un bagnante in difficoltà, ma occorre prima portarlo in salvo dai flutti che lo stanno per ghermire per poterlo poi rianimare. Non si può salvare l’uomo moderno e contemporaneo adattandosi e sprofondando negli errori della modernità e negli orrori della post-modernità, ma è solo tornando alla chiarezza cristallina della scolastica, specialmente tomistica, che si salva un intossicato da un fumo denso accecante ed asfissiante.
Conclusione
Il messaggio della Humani generis ci insegna
  • 1°) che la Chiesa ha sempre capito le “esigenze” dell’uomo ferito dal peccato originale con le conseguenti tre concupiscenze (orgoglio, avarizia e sensualità) ed ha sempre cercato di porvi rimedio, aiutandolo a guarire da esse con la grazia soprannaturale, che si ottiene mediante i sacramenti e la preghiera, mai cedendo Essa all’errore e al peccato seguendo l’esempio datole da Gesù Cristo, che quando annunziò l’Eucaristia si sentì abbandonato da alcuni discepoli e vide titubanti gli stessi Apostoli. Ma Gesù invece di annacquare la verità la riaffermò con autorità e disse ai Dodici che, se non se la sentivano di assentire ad essa, erano liberi di andarsene anche loro e fu proprio così che li salvò;
  • 2°) che le esigenze specifiche dell’uomo degli anni Cinquanta erano di orgoglio intellettuale (relativismo teorico/pratico) e spirituale (rifiuto o ‘pretesa intrinseca’ del soprannaturale);
  • 3°) che i “valori” autonomi o soggettivi della modernità sono stati annichilati dalla post-modernità, la quale ha reso alla filosofia moderna ciò che essa aveva fatto alla filosofia classica e scolastica: se la modernità ha cancellato l’oggettività e la realtà ontologica di Dio e dell’aldilà, la post-modernità ha voluto distruggere persino l’idea soggettiva dell’ultramondano;
  • 4°) che si è passati dai “valori” soggettivi o autonomi della modernità ai contro-valori della post-modernità: il “bene” soggettivo e puramente umano è diventato un contro-valore o un male da schiacciare e dalla morale autonoma si è passati all’immoralismo teorico/pratico per principio, il bene è diventato male e il male bene;
  • 5°) che Giovanni XXIII e il Vaticano II invece di guarire l’uomo ferito dal peccato originale, hanno cercato di minimizzare e di assecondare le sue false idee e di rilassare i precetti morali che il Vangelo contiene ed “hanno reso la sua piaga cancrenosa”, come dice il proverbio;
  • 6°) che come si può facilmente scorgere il neomodernismo è ben peggiore del modernismo (come la post-modernità lo è in rapporto alla modernità), poiché ha rimpiazzato la pur debole “idea soggettiva” di “bene” con il male voluto scientemente e per principio.
Infine – Attenzione! – per non accettare il neomodernismo, si può correre il pericolo
  • a) di sostituire il magistero con il libero esame soggettivo;
  • b) oppure di considerarsi inviati, ossia ci si auto-invia a salvare la Chiesa e ci si arroga, de facto, un’autorità che non si ha da Dio, dopo averla negata, de jure, a chi è stato canonicamente eletto a farne le veci in terra, anche se lo fa malamente.
La sana reazione invece consiste nel fare e credere ciò che la Chiesa ha sempre fatto, prima dell’attuale tsunami che ha sconvolto menti e cuori, richiamandosi al principio di non contraddizione (e mai al libero esame) che ci impedisce di affermare e negare una stessa cosa nello stesso tempo.
L’attuale situazione della Chiesa è un vero tormento e non ci deve portare a disprezzare la figura del Papa in quanto tale né il Papato, anzi dobbiamo difenderli quando sono attaccati da coloro che li odiano in quanto tali, nonostante le edulcorazioni e gli annacquamenti che sono stati apportati dai Papi del Vaticano II per rendersi simpatici all’uomo contemporaneo (“quando il sale diventa insipido viene buttato a terra e calpestato”).
Nello stesso tempo è lecito mostrare con rispetto le divergenze tra la Tradizione costante della Chiesa e l’insegnamento pastorale oggettivamente contraddittorio, senza pretendere con ciò di poter salvare la Chiesa.
Che Pio XII ci aiuti a mantenere la vera fede integra e pura, senza deviare per eccesso o per difetto!
 
d. Curzio #Nitoglia