domenica 19 luglio 2015

fumo e chiacchiere

 
 
 
 




Vuoi il fumo o l’aria pura?
di don Giorgio Ghio 
 
Io sono come un otre esposto al fumo, ma non dimentico 
i tuoi insegnamenti (Sal 118, 79).

Quando si dice che una cosa è come fumo negli occhi, si intende di solito, semplicemente, qualcosa di fastidioso e irritante. Il fumo può tuttavia avere effetti più gravi: se respirato, può provocare un’intossicazione. Nella società e nella Chiesa attuali il fumo delle chiacchiere ideologiche appesta ormai l’atmosfera da decenni: è naturale che tanti ne siano rimasti intossicati. 
Chi vi resiste, come afferma la divina Parola, è come un otre esposto al fumo: soffre profondamente, ma al tempo stesso lotta per non lasciarsi intossicare o, eventualmente, per disintossicarsi. La stessa Parola di Dio ci prescrive il tipo di terapia necessaria a questo fine: non dimenticare i Suoi insegnamenti, che sono immutabili e, di conseguenza, sempre validi, capaci di resistere a qualsiasi tentativo di “aggiornarli” in ragione delle “mutate condizioni” della società.
Il fumo di certe chiacchiere, in effetti, non è affatto qualcosa di innocuo: è anzi una realtà estremamente nociva che infantilizza le persone impedendone la crescita morale, le castra a livello psichico bloccandone lo sviluppo umano e le sterilizza sul piano della vita soprannaturale, ovvero nella ricerca della santità. Chi ci è nato e vissuto dentro può riportarne perfino dei danni cerebrali: è incapace di ragionare correttamente, libero dagli schemi indeformabili della “formazione” ricevuta. Questi sono d’altronde gli effetti di un indottrinamento forzato di cui non hanno consapevolezza alcuna; un lettore notava sconfortato che, con la maggior parte dei ministri sacri, chi si azzarda ad avanzare qualche perplessità su certi aspetti della chiesa attuale e della “riforma”, è subito investito da un fiume di parole (un «tormentone che sembra imparato a memoria») e poi inesorabilmente ostracizzato…
È proprio così, caro amico: chi sia stato in seminario o in una facoltà teologica conservando un minimo di indipendenza di giudizio conosce bene quel tormentone, quella versione della realtà e della storia che nella Chiesa è stata imposta come l’unica visione legittima e per ciò stesso indiscutibile, neanche fossimo in un regime totalitario. Quando poi, con uno studio più accurato (e soprattutto più libero di spaziare nelle fonti), uno si accorge di essere stato sistematicamente manipolato con una presentazione selettiva – e per di più deformata e tendenziosa – di dati e testi, dopo il primo, istintivo moto di ribellione si rende conto con profonda gratitudine di aver finalmente cominciato a respirare a pieni polmoni un’aria pura … È una delle esperienze più gratificanti per chi ami appassionatamente la verità; è una grazia inestimabile dello Spirito Santo. A questo punto, certo, bisogna rimboccarsi le maniche per ricuperare la virilità soffocata, rimettere in moto il processo di maturazione e riscoprire la vita di grazia; ma il più, grazie a Dio (in senso vero e proprio), è fatto.
Non si creda che ci piaccia la polemica sterile, fine a se stessa: dal nuovo punto di osservazione, semplicemente, la propaganda di partito si riconosce subito e, per quanto possa essere irritante, non fa più la minima presa. Che ci si scomodi, a cinquant’anni esatti di distanza, jour pour jour, per visitare la parrocchia romana dove il Papa dell’epoca celebrò la prima Messa in italiano, ormai ci fa solo sorridere: è un atto di pura propaganda perfettamente omogeneo a tutto il resto. Quello di allora fu un tipico gesto rivoluzionario promosso da individui che, con il Concilio ancora in corso, lo avevano già interpretato nel senso da loro voluto e avevano già iniziato ad applicare – sempre a modo loro – la Costituzione liturgica, non a caso la prima ad essere promulgata. Ciò che rattrista maggiormente è che il sommo Pontefice li abbia docilmente seguiti …
Quello, tuttavia, era soltanto il preludio di una rivoluzione ben peggiore: una Messa – culmine e fonte di tutta la vita cristiana, come ci hanno ripetuto fino alla nausea – non solo tradotta nella lingua parlata, fatto che già da solo la trasforma in non più che pio trattenimento (e, in breve tempo, trattenimento tout court), ma pure rifatta a tavolino come un cadavere sezionato di cui poi si riappiccichino i pezzi a piacimento e imposta all’orbe universo in luogo di quel corpo vivente che era cresciuto e maturato per due millenni. Come se non bastasse, nel passaggio dal testo tipico latino a quello nelle lingue volgari si sono moltiplicate ulteriori manipolazioni e falsificazioni, finanche nel cuore stesso del santo Sacrificio, cioè nella formula di consacrazione: rendere pro multis con per tutti non è una traduzione, sono due espressioni diverse; è un fatto carico di ripercussioni sulla fede del Popolo di Dio, ma gli ideologi della comunità ci hanno inculcato che il loro significato sarebbe identico; si sarebbe trattato anche lì di una semplice interpretazione…
A questo punto la gran parte dei fedeli, ora che potevano finalmente capire le parole della Messa (come se non fossero mai esistiti i messalini bilingui, che i nostri nonni conoscevano a menadito), ha pensato bene di non andarci più: una volta “capito” il gioco, evidentemente, non valeva più la pena di giocarlo. Dal canto loro i giovani ministri, non provando alcuna attrattiva per lo scialbo rito rifilato loro, hanno provato a renderlo più interessante con la propria creatività e inventiva, oppure si sono risolti a limitarsi a “timbrare il cartellino” dei propri doveri d’ufficio per potersi poi dedicare ai loro veri interessi, magari del tutto profani – nel migliore dei casi – o decisamente illeciti e contrari al loro stato – nel peggiore. Chi potrebbe del resto appassionarsi ad un’attività costruita sull’inammissibile ipocrisia del tacito assunto: “Sappiamo tutti perfettamente che non funziona, ma dobbiamo farlo ugualmente”?
Ormai nemmeno quei pochi fedeli che, nonostante tutto, continuano a venire in chiesa sono persuasi da quel che dicono i preti, visto che proprio loro si smentiscono di continuo con i propri stessi comportamenti. Prendiamo per esempio un’affermazione classica del tormentone ideologico post-conciliare: «Il Concilio ha restituito la Bibbia al Popolo di Dio». Poi, per proclamare la Parola sacra nell’assemblea liturgica, ut aiunt, prendono l’ultimo arrivato e lo mandano sul pulpito a leggere un testo che il malcapitato non ha mai visto prima, zeppo di nomi e termini assolutamente sconosciuti: cosa capirà l’assemblea liturgica della divina Scrittura, pur proclamata nella sua lingua nativa, a parte la figuraccia di quel poveretto? O, forse, per restituire la Bibbia al popolo si intende che ognuno se la legga e se la interpreti per conto e a modo suo, come i protestanti? Proprio per evitare che persone impreparate mettessero a rischio la propria e l’altrui fede, si erano saggiamente poste delle limitazioni alla lettura dell’Antico Testamento, all’epoca in cui si aveva a cuore la salvezza eterna di quanti Cristo ha redento con il Suo sangue.
Altro esempio per quelli che sono convinti di andare avanti, ma in realtà sono rimasti indietro e regrediscono sempre di più, dato che l’unico reale progresso, nella Chiesa, consiste nel ritornare alle radici: non si è mai parlato tanto dello Spirito (che un tempo si chiamava Spirito Santo); il fatto è che poi si pecca abitualmente contro di lui impugnando la verità conosciuta o, più semplicemente, ignorandola completamente, specie in ambito morale. Eppure basterebbe aprire un catechismo – meglio quello di san Pio X, piuttosto che quello tedesco od olandese – per conoscere le verità della fede (il che, sia detto per inciso, è ancora necessario alla nostra salvezza). All’epoca della Rete, qualsiasi testo è facilmente reperibile: non cerchiamo scuse, per le chate per il gossip abbiamo sempre tempo… Poi non lamentiamoci, almeno, se ci sentiamo soffocare nell’anima: l’aria pura c’è e sappiamo dove trovarla. Fine del quaresimale.
P.S.: scusate, qualcuno sa dirmi che fine ha fatto il divin Sacrificio? Finanche nelle omelie del sommo, è totalmente assente … Si direbbe che, nella nuova Messa, sia rimasta soltanto la Parola – o piuttosto le parole: perfino lì, ancora fumo!


sabato 18 luglio 2015

l'alba verrà

La moltiplicazione “all'infinito” delle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio in situazione di necessità
 
Dopo la  dovuta consacrazione di mons. Michel Faure - data la situazione creatasi tra l’ambiente tradizionale “ufficiale e storico” e papa Francesco I - mi permetto
1°) di consigliare di rimandare al massimo ulteriori consacrazioni come extrema ratio (per esempio, in caso di guerra mondiale, di persecuzioni fisiche, ecc.);
2°) di smentire coloro che fanno circolare dicerie su nuove consacrazioni imminenti da parte di mons. Williamson.
Purtroppo ci sono alcuni che non esitano a calunniare per squalificare coloro che gli fanno ombra, ma la calunnia è un peccato mortale.
Per 20 anni son vissuto in ambiente sedevacantista (e ne ero un convinto assertore), ma ho toccato con le mie mani che le consacrazioni episcopali moltiplicate “all’infinito” senza mandato pontificio, anche nell’attuale stato di necessità, sono una lama a doppio taglio:
1°) continuano la Tradizione;
2°) ma favoriscono oggettivamente l’anarchia.

Oggi, per di più, ci troviamo in un grave stato di anarchia in tutti i campi, compreso quello ecclesiastico (i fedeli iniziano a fare i “Papi di se stessi” essendo stati delusi dalla Gerarchia e dall’ambiente sacerdotale legato alla Tradizione. Infine il 1° anarchico è, purtroppo, Francesco I).

Inoltre si può ben dire: “cerco l’uomo e non lo trovo!”. Infatti il 1968 lo ha distrutto, “l’uomo è morto”, come pure la famiglia, la società civile e quella ecclesiale, che sembra morta nel suo elemento umano, ma risorgerà quando Dio ha stabilito, non un secondo prima né uno dopo.

Quindi oggi non si può cercare di fondare una grande neo-Congregazione tradizionale e ben strutturata. Si può, però, tentare di offrire ai fedeli, ai seminaristi e ai preti non disposti a scendere a patti con l’ultra-modernismo una modesta scialuppa di salvataggio, come è stato fatto con la consacrazione di mons. Faure e l’apertura di un futuro seminario presso i Domenicani di Avrillé in Francia. Se è opera di Dio vivrà, altrimenti appassirà.

Pertanto continuiamo a fare ciò che la Chiesa ha sempre insegnato/creduto e fatto (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, III, 15): formare cristiani e preti, ma evitiamo il rischio di dar vita ad una miriade di vescovi senza giurisdizione con consacrazioni episcopali che si moltiplicherebbero immancabilmente “all’infinito”. Aspettiamo il momento di Dio, che non può tardare ad intervenire.

L’umanità ha bisogno dell’intervento dell’Onnipotenza divina, il male è talmente universale e profondo che l’uomo non  è in grado di porvi rimedio.

L’Uomo/tradizionale oggi (dopo 50 lunghi e duri anni di battaglie) vorrebbe (ed è comprensibile umanamente parlando) salvare lui la Chiesa
1°) o con un accordo/compromesso in cedimento;
2°) o moltiplicando “all’infinito” le consacrazioni episcopali.
Ma non è questa la strada giusta. Infatti è Dio che si serve degli uomini e non viceversa. “Non bisogna mettere il carro avanti ai buoi”.

Gli Apostoli fuggirono tutti “collegialmente” il Giovedì Santo, ma Gesù e Maria SS. ripararono tutto, ripescando i Dodici che pre-“corsero” la “Collegialità episcopale” di circa 2000 anni.

Che  si sappia “resistere”, dunque, alla tentazione
1°) di poter sistemare noi la Chiesa con un Episcopato “innumerevole”, acefalo e tendenzialmente “anarchico;
2°) scendendo a patti con chi sta perseguitando ferocemente i cattolici (v. padre Manelli e i Francescani dell’Immacolata) per il loro attaccamento alla Tradizione apostolica e non si vede perché dovrebbe risparmiare gli altri. Se qualcuno lo capisce me lo spieghi per favore, io non ci riesco.

Son passati 55 anni dalla morte di Pio XII: la situazione è talmente degenerata (educazione o depravazione sessuale pratica obbligatoria e contro-natura alle scuole elementari in quasi tutta l’Europa) che siamo arrivati “alla frutta”, perciò basta attendere e sperare.

Come la Russia quando fu invasa e travolta da Napoleone aspettò il “generale Inverno”, che immancabilmente arrivò, oggi noi dobbiamo attendere l’intervento di Dio, che non può non arrivare dopo Francesco I e l’Europa delle banche e della depravazione delle anime innocenti, che non possono difendersi.

La Madonna del Buon Consiglio e lo Spirito Santo col suo Dono del Consiglio e di Fortezza ci illuminino e ci rafforzino in questa “ora delle tenebre” in cui è difficile “camminare senza inciampare” e scoraggiarsi (“tristes erant Apostoli de Christi acerbo funere”) privi della Luce di Gesù, che si è oscurata pro tempore come durante la sua crocifissione.

Non saranno gli uomini ad illuminare il mondo, oramai (2015) l’oscurità dell’universo orbe è troppo fonda ed universale e richiede l’Onnipotenza divina per essere rischiarata.

Nos cum prole pia, illuminet et fortificet Virgo Maria!


di Don Curzio Nitoglia

 



Gli scritti di Don Curzio Nitoglia sono reperibili a questi indirizzi:
http://www.doncurzionitoglia.com/
http://doncurzionitoglia.net/
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/



 

mercoledì 15 luglio 2015


Parole di S. Atanasio ai cristiani
che soffrivano sotto gli ariani


"Che Dio vi consoli! ... Quello che rattrista ... è il fatto che gli altri hanno occupato le chiese con violenza, mentre in questo periodo voi vi trovate fuori. E' un dato di fatto che hanno la sede, ma voi avete la fede apostolica. Possono occupare le nostre chiese, ma sono al di fuori della vera fede. Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente: Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta - quella che mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo ... Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto i più violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada. Anche se i cattolici fedeli alla tradizione sono ridotti a una manciata, sono loro che sono la vera Chiesa di Gesù Cristo. (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp 411-412). "

martedì 14 luglio 2015

Il modernismo demolisce tutta la religione cattolica e non solo qualche suo dogma


 
Sento; quindi credo

Il sentimentalismo religioso è uno dei pericoli più gravi che minaccia il mondo cattolico e specialmente ecclesiale perché distrugge la Fede rendendola un atto puramente soggettivo e non più un atto soprannaturale di adesione dell’intelletto, mosso dalla volontà con l’aiuto della Grazia, alle verità o Dogmi oggettivi e reali.

Dal punto di vista naturale il sentimentalismo distrugge la ragione e rende l’uomo un animale istintivo ed emozionale e perciò abbassa la retta ragione ad un livello inferiore a quello raggiunto dalla metafisica classica greca, dal diritto e dalla morale naturale romana, riportando la civiltà europea, che ha le sue origini appunto nella metafisica classica, nel diritto romano e nella scolastica, al livello primitivo, selvaggio o tribale. Nel campo religioso si  favoleggia di una pretesa “Chiesa dei poveri”, quando in realtà tra i Discepoli di Gesù ve ne erano anche di ricchi come Giuseppe d’Arimatea, che gli cedette il suo sepolcro nuovo dove Gesù fu sepolto e dal quale risorse, e la Chiesa è stata sempre la Chiesa di tutti, dei ricchi come dei poveri, insegnando ai primi il buon uso della ricchezza e ai secondi ad accettare ed amare la povertà. È per questo che si può parlare di (tentata) tribalizzazione della Chiesa, esattamente come il Sessantotto ha tribalizzato l’uomo contemporaneo rendendolo un selvaggio, un cavernicolo o “una bestia parlante”. Se Cartesio diceva: “Penso; quindi esisto”, oggi si pensa e si dice: “Sento, ho emozioni, esperienze; quindi esisto”, anzi: “quindi credo”.

Infatti l’essenziale è “sentire” soggettivamente qualcosa di vagamente e astrattamente “spirituale”, che non si identifica in nessuna dottrina di nessuna Chiesa o Religione positiva, ma emerge dal subconscio di ogni uomo, il quale sente il bisogno del “miracolistico”, come insegnano Kant (Critica della Ragion pura) e, sulla sua scia, il Modernismo filosofico (v. San Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). In tal modo tutte le credenze religiose sono ridotte ad un principio unico: la soggettività della verità e la relatività di tutte le sue forme e quindi anche del dogma.

In questa ottica non vi sono più eresie, eretici, vera Religione e false religioni, Chiesa di Dio e sette, ma solo “fratelli apparentemente separati, ma sostanzialmente uniti” in una “fratellanza universale”

Il modernismo demolisce tutta la religione cattolica e non solo qualche suo dogma, onde S. Pio X lo qualifica non un’eresia, ma “il compendio di tutte le eresie”. Esso infatti sostituisce l’opinione o l’arbitrio soggettivo del singolo all’autorità del magistero ecclesiastico e della gerarchia. Onde dall’agnosticismo teologico si passa all’ateismo o addirittura al nichilismo religioso (vedi “la teologia della morte di Dio”), con la conseguente abolizione di ogni religione positiva e specialmente di quella unica vera che è e rimane la cattolico-romana.

Che cosa rimane?  Il “primato dell’azione” con i suoi appelli volontaristici ultimo stadio del modernismo
 
 

mercoledì 8 luglio 2015

scacciati ma anche portati


San Basilio il Grande, già ai suoi tempi, dichiarò: «un solo peccato è oggi severamente punito: il rispetto attento delle tradizioni dei nostri padri.  Per questo motivo i buoni sono scacciati dal loro posto e portati nel deserto» (Ep. 243)".

sabato 4 luglio 2015

ochi!


martedì 30 giugno 2015

Non archeologisti, ma figli della Chiesa. - Editoriale di "Radicati nella fede", luglio 2015.



NON ARCHEOLOGISTI, 
MA FIGLI DELLA CHIESA.

Pubblichiamo l'editoriale del numero di Luglio 2015



NON ARCHEOLOGISTI, MA FIGLI DELLA CHIESA.
Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VIII n° 7 -Luglio 2015


  È per amore alla Chiesa che restiamo nella Tradizione.
  È per amore alla Chiesa che ci ostiniamo, contro tutto e tutti, a celebrare solo la messa in rito tradizionale. È per amore alla Chiesa che resistiamo alla Chiesa stessa quando questa ci chiede di celebrare e di assistere anche al nuovo rito della messa.

E non è assolutamente per archeologismo, non è per un amore al passato in quanto passato.

  Invece l'ultima riforma liturgica, che ha stravolto da cinquant'anni la vita della Chiesa, nasce da un non amore alla Chiesa e alla sua storia, nasce da un vizio di archeologismo.

  Infatti con l'ultima riforma liturgica, con la messa nuova per intenderci, si è di fatto voluto cancellare con un colpo di spugna tutta la storia bimillenaria della Chiesa cattolica, volendo tornare ad una mitica epoca d'oro, ad un mitico tempo d'oro d'inizio della Chiesa, inventando una liturgia super semplificata che falsamente si vuol far risalire agli Apostoli e quindi a Nostro Signore. Se si chiede alla gente semplice, questa vi dice proprio così, cioè che la liturgia moderna, nella sua scarna semplicità, corrisponde di più alla semplicità del Vangelo. In fondo molti, anche tra i preti, la pensano così. E pensano che gli amanti della Tradizione siano dei soggetti deboli, che hanno bisogno ancora di inutili orpelli per vivere la fede.

  In fondo, anche la svolta del biritualismo post Summorum Pontificum è figlio di questa errata posizione: concedere le cose vecchie a quei fedeli che ne hanno ancora bisogno, ma sostenendo in modo inequivocabile la nuova liturgia, che è nata per sbarazzarsi della tradizione liturgica della Chiesa stessa.

  Invece il problema è serissimo e chiede un giudizio serio, rigoroso. La riforma liturgica seguita al Vaticano II è malata, perché nasce da un giudizio negativo su tutto ciò che la Chiesa ha prodotto, dall'epoca Costantiniana in poi, in campo liturgico. Nasce da una disistima per tutto ciò che la Chiesa, nel corso dei secoli, ha aggiunto nella sua liturgia, per aiutare la fede e la preghiera. Non è qui il momento di fare un trattato di liturgia, ma con semplicità possiamo fare un esempio tra tutti, quello del caso dell'offertorio. La nuova messa ha completamente tolto l'antico offertorio, con la scusa che questo fu aggiunto solo nel medioevo, e lo ha sostituito con una preghiera ebraica di benedizione dei doni della terra. Il ragionamento fatto per sostenere questa operazione è tipico: essendo un'aggiunta medievale, la preghiera dell'offertorio della messa tradizionale non appartiene alla vera messa, è un'inutile anticipazione ripetitiva della consacrazione, va eliminata.

  Invece le cose stanno diversamente: le parole pronunciate nell'offertorio dal sacerdote erano state aggiunte nel medioevo per esplicitare con più chiarezza l'intenzione della Chiesa nel celebrare il Santo Sacrifico del Signore, onde evitare che il celebrante e i fedeli si allontanassero dalla vera natura della messa. In sostanza, l'offertorio tradizionale è sì un'aggiunta medievale, ma un'aggiunta che approfondisce, rendendola più chiara, la messa di sempre; un'aggiunta che aiuta ad essere fedeli all'unica messa di sempre, quella di Cristo e degli Apostoli.

  Eh sì, il problema è tutto qui: la nuova liturgia moderna nasce da un rifiuto di tutte le “aggiunte” che la Chiesa ha fatto, nel corso della sua storia, ai riti.

  È chiaro che questo rifiuto del “lavoro” della Chiesa è pericolosissimo, perché fa nascere nella mente e nel cuore un giudizio sulla Chiesa in se stessa, che quando è all'opera tradirebbe Cristo stesso. È questa l'anima di tutte le eresie: Cristo sì, Chiesa no. Separare Cristo dalla Chiesa è l'opera di ogni eretico, e ha come esito perdere Cristo stesso.

  Per noi invece è importante tutto ciò che la Chiesa ha operato per trasmettere la fede, per far pregare con più chiarezza e purezza i suoi figli, per trasmettere con più limpidità la grazia che salva.

  La Chiesa ha sempre aggiunto per rendere più pura la preghiera, per renderla mai ambigua, per precisarne sempre più la retta intenzione. E quando ha tolto, ha tolto le aggiunte non pure, le incrostazioni culturali che erano figlie degli uomini e non della Rivelazione. Ha tolto ciò che poteva prestare il fianco all'eresia, ma non ha mai tolto ciò che chiariva maggiormente la preghiera cristiana.

  Per questo noi tradizionali ci sentiamo più figli della Chiesa.

  Lo sono infinitamente di meno tutti quelli che stanno continuamente ammodernando la sua liturgia con disprezzo per la sua storia. Chi non ama la storia della Chiesa, chi non le riconosce il suo valore, non ama la Chiesa stessa.

  Siamo più figli della Chiesa noi, anche quando dobbiamo resistere a tutte quelle nuove leggi che vorrebbero imporci; leggi nuove scritte da coloro che, saltando duemila anni, vogliono risalire a un Gesù che, non portatoci dalla Chiesa e dalla sua storia, è frutto di ideologia e non di verità. Senza la Chiesa non hai il vero Gesù, hai l'idea che di Gesù si fa l'ideologia dominante. Ma hai la Chiesa, quando hai tutta la sua storia, e non solo un riferimento all'istituzione ecclesiastica del presente disancorata dal suo passato.

  Saltano duemila anni e vogliono legare la Chiesa di oggi a un mitico inizio della Chiesa stessa; e per farlo devono dire che oggi lo Spirito ha soffiato e ha liberato i Cattolici dal loro ingombrante passato.

  È per amore alla Chiesa, mistico Corpo del Signore, che non possiamo, che non dobbiamo obbedire a questi signori dell'innovazione arcaicizzante. Non dobbiamo obbedire loro, ma alla Chiesa, che con continuità ha lavorato, ha fatto la sua fatica di duemila anni, perché ogni anima incontri la Salvezza di Cristo.


giovedì 25 giugno 2015

mercanti e prelati

«Non esiste vizio così manifesto che non assuma un segno di virtù nel suo aspetto esteriore. Quanti codardi, i cui cuori sono falsi come scale di sabbia, portano al mento la barba di Ercole o dell’accigliato Marte, ma se li guardi dentro, hanno il fegato bianco come il latte ... Nella religione, quale dannato errore non può una fronte austera benedire e comprovare con una citazione, celando la grossolanità con un bell'ornamento? » (W. Shakespeare, Il Mercante di Venezia, III, ii, 81-88).
 

sabato 20 giugno 2015

venerdì 19 giugno 2015

il card. Sarah contro-corrente in materia liturgica

Silenziosa azione del cuore
del Card. Robert Sarah,
Prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti
Mentre qua e là nel mondo cattolico si notano non certo inattesi gli ultimi colpi di coda di un progressismo liturgico fanatico e autoritario il card. Sarah mette i puntini sulle i  e propone di recuperare l'autentico spirito della liturgia attraverso le forme della Liturgia tradizionale.
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Cinquant’anni dopo la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà, infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La "Sacrosanctum concilium" non è di fatto un semplice catalogo di “ricette” di riforme, ma una vera e propria "magna charta" di ogni azione liturgica.

Il concilio ecumenico ci dà in essa una magistrale lezione di metodo. In effetti, lungi dall’accontentarsi di un approccio disciplinare ed esteriore alla liturgia, il concilio vuole farci contemplare ciò che è nella sua essenza. La pratica della Chiesa deriva sempre da quello che riceve e contempla nella rivelazione. La pastorale non si può disconnettere dalla dottrina. 

Nella Chiesa "ciò che proviene dall’azione è ordinato alla contemplazione" (cfr. n. 2). La costituzione conciliare ci invita a riscoprire l’origine trinitaria dell’opera liturgica. In effetti, il concilio stabilisce una continuità tra la missione di Cristo Redentore e la missione liturgica della Chiesa. "Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli" affinché "mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica" attuino "l’opera di salvezza " (n. 6).

Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza "actio Christi": l’"opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio" (n. 5). È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7). Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità.

Al contrario, l’opera propria della Chiesa consiste nell’entrare nell’azione di Cristo, nell’iscriversi in quell’opera di cui egli ha ricevuto dal Padre la missione. Dunque "ci fu data la pienezza del culto divino ", perché "la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza" (n. 5). La Chiesa, corpo di Cristo, deve quindi divenire a sua volta uno strumento nelle mani del Verbo.

Questo è il significato ultimo del concetto-chiave della costituzione conciliare: la "participatio actuosa" [vedi]. Tale partecipazione consiste per la Chiesa nel diventare strumento di Cristo-sacerdote, al fine di partecipare alla sua missione trinitaria. La Chiesa partecipa attivamente all’opera liturgica di Cristo nella misura in cui ne è lo strumento. In tal senso, parlare di “comunità celebrante” non è privo di ambiguità e richiede vera cautela (cfr. Istruzione "Redemptoris sacramentum", n. 42). La "participatio actuosa" non dovrebbe dunque essere intesa come la necessità di fare qualcosa. Su questo punto l’insegnamento del concilio è stato spesso deformato. Si tratta invece di lasciare che Cristo ci prenda e ci associ al suo sacrificio.

La "participatio" liturgica deve perciò essere intesa come una grazia di Cristo che "associa sempre a sé la Chiesa" ("Sacrosanctum concilium", n. 7). È Lui ad avere l’iniziativa e il primato. La Chiesa "l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre" (n. 7).

Il sacerdote deve dunque diventare questo strumento che lascia trasparire Cristo. Come ha da poco ricordato il nostro Papa Francesco, il celebrante non è il presentatore di uno spettacolo, non deve ricercare la simpatia dell’assemblea ponendosi di fronte a essa come il suo interlocutore principale. Entrare nello spirito del concilio significa al contrario cancellarsi, rinunciare a essere il punto focale.

Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare (cfr. n. 41).

Ben inteso, ci sono altre parti della messa in cui il sacerdote, agendo "in persona Christi Capitis", entra in dialogo nuziale con l’assemblea. Ma questo faccia a faccia non ha altro fine che condurre a un tête-à-tête con Dio che, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, diverrà un cuore a cuore. Il concilio propone così altri mezzi per favorire la partecipazione: "le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo" (n. 30).

Una lettura troppo rapida, e soprattutto troppo umana, ha portato a concludere che bisognava far sì che i fedeli fossero costantemente occupati. La mentalità occidentale contemporanea, modellata dalla tecnica e affascinata dai media, ha voluto fare della liturgia un’opera di pedagogia efficace e redditizia. In questo spirito, si è cercato di rendere le celebrazioni conviviali. Gli attori liturgici, animati da motivazioni pastorali, cercano a volte di fare opera didattica introducendo nelle celebrazioni elementi profani e spettacolari. Non si vedono forse fiorire testimonianze, messe in scena e applausi? Si crede così di favorire la partecipazione dei fedeli mentre di fatto si riduce la liturgia a un gioco umano.

"Il silenzio non è una virtù, né il rumore un peccato, è vero", dice Thomas Merton, "ma il tumulto, la confusione e il rumore continui nella società moderna o in certe liturgie eucaristiche africane sono l’espressione dell’atmosfera dei suoi peccati più gravi, della sua empietà, della sua disperazione. Un mondo di propaganda, di argomentazioni infinite, di invettive, di critiche, o semplicemente di chiacchiere, è un mondo nel quale la vita non vale la pena di essere vissuta. La messa diviene un baccano confuso; le preghiere un rumore esteriore o interiore" (Thomas Merton, "Le signe de Jonas", Ed. Albin Michel, Paris, 1955, p. 322).

Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro.

È tempo di metterci all’ascolto del concilio. La liturgia è "principalmente culto della maestà divina" (n. 33). Ha valore pedagogico nella misura in cui è completamente ordinata alla glorificazione di Dio e al culto divino. La liturgia ci pone realmente alla presenza della trascendenza divina. Partecipazione vera significa rinnovare in noi quello “stupore” che san Giovanni Paolo II teneva in grande considerazione (cfr. "Ecclesia de Eucharistia", n. 6). Questo stupore sacro, questo timore gioioso, richiede il nostro silenzio di fronte alla maestà divina. Si dimentica spesso che il silenzio sacro è uno dei mezzi indicati dal concilio per favorire la partecipazione.

Se la liturgia è opera di Cristo, è necessario che il celebrante vi introduca i propri commenti? Ci si deve ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, questo non deve diventare un discorso profano e umano, un commento più o meno sottile sull’attualità, o un saluto mondano alle persone presenti, ma una brevissima esortazione a entrare nel mistero (cfr. Presentazione generale del messale romano, n. 50). Quanto all’omelia, è essa stessa un atto liturgico che ha le sue proprie regole. La "participatio actuosa" all’opera di Cristo presuppone che si lasci il mondo profano per entrare nell’"azione sacra per eccellenza " ("Sacrosanctum concilium", n. 7). Di fatto, "noi pretendiamo, con una certa arroganza, di restare nell’umano per entrare nel divino" (Robert Sarah, "Dieu ou rien", p. 178).

In tal senso, è deplorevole che il sacrario delle nostre chiese non sia un luogo strettamente riservato al culto divino, che vi si penetri in abiti profani, che lo spazio sacro non sia chiaramente delimitato dall’architettura . Poiché, come insegna il concilio, Cristo è presente nella sua parola quando questa viene proclamata, è ugualmente deleterio che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che mostri che non pronunciano parole umane ma una parola divina.

La liturgia è una realtà fondamentalmente mistica e contemplativa, e di conseguenza fuori dalla portata della nostra azione umana; anche la "participatio" è una grazia di Dio. Pertanto, presuppone da parte nostra un’apertura al mistero celebrato. Così, la costituzione raccomanda la comprensione piena dei riti (cfr. n. 34) e al tempo stesso prescrive "che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi" (n. 54).

In effetti, la comprensione dei riti non è opera della ragione umana lasciata a se stessa, che dovrebbe cogliere tutto, capire tutto, padroneggiare tutto. La comprensione dei riti sacri è quella del "sensus fidei", che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto. Questa comprensione presuppone che ci si avvicini al mistero con umiltà.

Ma si avrà il coraggio di seguire il concilio fino a questo punto? Una simile lettura, illuminata dalla fede, è però fondamentale per l’evangelizzazione. In effetti, "a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi " (n. 2). Essa deve smettere di essere un luogo di disobbedienza alle prescrizioni della Chiesa.

Più specificatamente, non può essere un’occasione di lacerazioni tra cristiani. Le letture dialettiche della "Sacrosanctum concilium", le ermeneutiche di rottura in un senso o nell’altro, non sono il frutto di uno spirito di fede. Il concilio non ha voluto rompere con le forme liturgiche ereditate dalla tradizione, anzi ha voluto approfondirle. La costituzione stabilisce che "le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti" (n. 23).

In tal senso, è necessario che quanti celebrano secondo l’"usus antiquior" lo facciano senza spirito di opposizione, e dunque nello spirito della "Sacrosanctum concilium". Allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerare la forma straordinaria del rito romano come derivante da un’altra teologia che non sia la liturgia riformata. Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale il rito della penitenza e l’offertorio dell’"usus antiquior" al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione.

Se vivremo in questo spirito, allora la liturgia smetterà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche, per farci infine partecipare attivamente a quella liturgia "che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede quale ministro del santuario" (n. 8).
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1. Non possiamo ignorare che alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai contemplato - e che di fatto influiscono sulla lex credendi - furono permesse nella liturgia, come la Messa versus Populum, la Santa Comunione nella mano, l’eliminazione totale del latino e del canto gregoriano in favore della lingua volgare nonché di canti e inni che non lasciano molto spazio per Dio, e l’estensione, al di là di ogni ragionevole limite, della facoltà di concelebrare la Santa Messa.
Ma, nello stesso tempo le innovazioni sono state permesse dai diversi, 'però', e 'ma anche', che seguono le affermazioni di principio che garantirebbero la 'continuità'.